Roma e il suo litorale come provincia felliniana

Quando pensiamo a Federico Fellini in termini di location, difficilmente ci allontaniamo dal mitico studio 5 di Cinecittà, data la sua netta preferenza per il teatro di posa e per le ricostruzioni scenografiche al suo interno. Eppure, analizzando più attentamente la filmografia del maestro riminese, sorprende la quantità di luoghi in cui Fellini utilizzò vie, piazze e palazzi, soprattutto romani e laziali, come fondali delle proprie scene, anche se non sempre messi lì ad “interpretare” se stessi. Questo discostamento tra realtà e finzione, che si attaglia perfettamente alla filosofia filmica felliniana, appare in maniera clamorosa in film come I Vitelloni (1953) e Amarcord (1973), entrambi ambientati a Rimini, ma girati in diversi luoghi che rappresentano la città romagnola pur non essendone veramente parte.

Ostia

Ostia Antica

Roma

Anzio

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Ostia

Ostia la fa da padrona, e non potrebbe essere altrimenti data la presenza di un lungomare che poteva essere idealmente sovrapposto a quello riminese. Ne I Vitelloni, per esempio, il locale in cui Sandra (Eleonora Ruffo) vince il concorso di bellezza di “Miss Sirena” è in realtà uno degli stabilimenti balneari storici del litorale romano, il Kursaal, nome che peraltro conserva nella finzione scenica. Allora la struttura, completata dall’architetto Attilio Lapadula nel 1950, era già stata utilizzata come location per Mamma mia che impressione (De Sica 1951), così come lo sarà successivamente in Belle ma povere (Risi 1957), in Caccia al marito (Girolami 1960) e in tanti altri film. Allo stesso modo, il bar dove siedono gli amici protagonisti del film, crogiolandosi al sole e senza far niente, è in via Lucio Coilio, strada che collega via della Marina, prosecuzione della via del Mare, che proviene da Roma, alla piazza Anco Marzio, fulcro delle passeggiate ad Ostia e oggi centro dell’area pedonale. Proprio qualche via più in là, in via Ugolino Conti (Ostia), Fellini colloca l’abitazione dove Fausto (Franco Fabrizi) vive con il padre e la sorella. A poche centinaia di metri da questa zona nevralgica di Ostia si svolgono altre due scene del film. Poco più a nord, sul Lungomare Duca Degli Abruzzi, è il capanno in cui Fausto e l’alter ego del regista romagnolo, Moraldo (Franco Interlenghi), nascondono la statua di un angelo rubata dal negozio di articoli religiosi in cui lavorava, affidandola a Giudizio (Silvio Bagolini). Più a sud, invece, su un tratto del Lungomare Lutazio Catulo, si svolge la scena in cui il capocomico Sergio Natali (Achille Majeroni), dopo averlo illuso su possibili sbocchi futuri nel campo della sceneggiatura teatrale, invita Leopoldo (Leopoldo Trieste) a seguirlo in spiaggia con intento profondamente ambiguo.



Ostia Antica

Anche Ostia Antica viene sfruttata spesso. Lo stesso borgo in cui è ambientata la vicenda di Amarcord, perlopiù ricostruito a Cinecittà, viene introdotto dalla ripresa reale di un contesto rurale costituito da piccole case basse con tetti in cotto e, in primo piano, da un lungo filo su cui sono stese delle lenzuola bianche ad asciugare al sole. Si tratta della famosa Piazza della Rocca, centro del piccolo borgo medievale di Ostia Antica, in un’inquadratura che, per ovvi motivi, viene “depurata” degli elementi maggiormente identitari, la Basilica di Sant’Aurea, dove venne sepolta Santa Monica, madre di Sant’Agostino, nel V secolo; il Castello di Giulio II, che papa della Rovere ereditò da Giuliano de’ Medici; l’Episcopio retrostante la chiesa, famoso per il suo grande salone con gli affreschi monocromi quattrocenteschi ispirati alla Colonna Traiana, attribuiti a Baldassarre Peruzzi e a Jacopo Ripanda. Appare altrettanto incredibile, guardando il film, che a meno di tre chilometri da lì, sia stata girata una delle scene più famose di Amarcord, quella in cui il personaggio di Ciccio Ingrassia, salito su un albero, grida “voglio una donna”. Anche in questo caso, l’ambientazione campestre e soprattutto il dialetto usato dagli attori lasciano intuire di essere in Emilia Romagna, mentre in realtà la scena si svolge in Via Capo due Rami, ad un passo dal Tevere e dalla zona archeologica di Ostia Antica, dove ancora oggi sono visibili il casale, il fienile e il famoso albero di quella sequenza. Tra il castello di Giulio II e questo luogo, peraltro, per l’allora sterrata Via Gherardo, corre in bicicletta Fausto (Franco Fabrizi) alla ricerca della moglie scomparsa ne I Vitelloni.



Roma

Tornando proprio ai Vitelloni, alcune delle scene lontane dal mare sono in realtà girate a Viterbo e Roma. Del capoluogo della Tuscia si vedono, tra gli altri, la fontana di Piazza delle Erbe, in apertura di film, e nel prosieguo Piazza della Rocca, Viale Trieste, la stazione ferroviaria di Viale Trento, il Prato Giardino e Porta Fiorentina in Piazza Gramsci. A Roma, invece, il complesso trasteverino del San Michele, enorme istituto oggi sede del MiBACT e che tra Seicento e Settecento fu carcere minorile, ospizio e orfanotrofio, ad un passo dell’antico Porto di Ripa Grande, viene utilizzato per due momenti del film. Nel primo, uno dei portoni su via di San Michele rappresenta l’ingresso dello stabile in cui si trova l’appartamento dove Alberto (Alberto Sordi) vive con la madre e la sorella Olga; nel secondo, inscenato all’interno del grande cortile, quest’ultima ha il suo luogo di lavoro. E così avviene con il convento francescano di San Bonaventura, nell’omonima via sul colle Palatino. Qui e non a Rimini viene girata la scena in cui Fausto e Moraldo tentano di vendere la già citata statua di un angelo ad una monaca. Fellini restò particolarmente affezionato al luogo, tanto da riproporre l’esterno del convento secentesco commissionato dal cardinal Francesco Barberini (1675) in Toby Dammit, parte del film a episodi, liberamente ispirati ad Edgar Allan Poe, Tre passi nel delirio (1968). Ancora Fausto, forse il più “vitellone” tra i vitelloni, rincorre una bella donna tra le vie della città, in una zona del quartiere romano Appio-Claudio, a ridosso di Piazza Re di Roma: dopo averla incontrata nel cineteatro Orione, sala parrocchiale dell’adiacente chiesa di Don Orione, ancora oggi esistente come semplice teatro in Via Tortona 3, la insegue fino al portone di casa, in Via Susa. In Amarcord, persino la stessa Cinecittà, per l’occasione, "finge" di essere Rimini: l’ingresso agli studi su Via Tuscolana 1055, ripreso dall’interno, diventa la stazione ferroviaria della città romagnola, arricchita di drappi tricolore con lo stemma Savoia e neri con i fasci littori, per accogliere in pompa magna un gerarca del Ventennio.



Anzio

Non resta che chiudere con un luogo pienamente felliniano, che può assurgere a simbolo di un ulteriore passo nello sviamento dello spettatore. La scenografia del Grand Hotel Rimini in Amarcord, infatti, è realizzata prendendo a modello l’ex Casinò Paradiso sul Mare sul lungomare di Anzio, progettato in stile Liberty da Cesare Bazzani (1919-1924). Il palazzo, mai utilizzato come casinò a causa della legge italiana che proibisce il gioco d'azzardo (art. 718 del codice penale del 1930), fu un’importante location anche per Polvere di stelle (Sordi 1973) ed è oggi perlopiù sfruttato come sede di esposizioni temporanee. Ancora una volta Fellini e il suo cinema ci ingannano dolcemente e, in questo continuo gioco di sospensione dell’incredulità, è bello immaginare anche di subire la fragorosa pernacchia che Alberto rivolge ai lavoratori de I Vitelloni… a proposito, anche in quel caso siamo a Roma, in un tratto del Grande Raccordo Anulare, allora in costruzione, su Via della Magliana!

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