OLTRE LA LOGICA DEL PITTORESCO
Oltre la logica del pittoresco

Ormai è quasi impossibile pensare di poter fare a meno di loro. Da una dozzina d’anni a questa parte, e in modo sempre crescente, le Film Commission hanno acquistato sul campo una centralità strategica (per certi versi perfino inattesa) nei processi di produzione del cinema italiano. Tanto che ormai c’è chi parla di un cinema italiano dell’era a.fC. (ante film commission) e di un cinema dell’era d.fC (post film commission).I loro meriti sono grandissimi e vanno dalla spinta a riscoprire la varietà e la bellezza del paesaggio italiano, abbandonando la monotonia di ambientazioni troppo spesso scolastiche e ripetitive, all’oggettivo snellimento di pratiche burocratiche snervanti e per lo più incomprensibili agli occhi delle persone dotate di buon senso.
Nelle pagine che seguono proviamo a dar conto del ruolo che si sono guadagnate in questi anni e anche a riconoscere i loro indubbi meriti. Qui però, in sede introduttiva, non possiamo non evidenziare alcune criticità, provando a sottolineare alcune questioni aperte.


La prima. In un paese come l’Italia, dove la politica attua una penetrazione pervasiva in ogni sfera dell’attività umana, il rischio che la promozione del territorio venga subordinata alla visione politica di chi quel territorio lo governa è molto alto. Quanto successo lo scorso anno con il film di Marco Bellocchio Bella addormentata, bloccato dalla regione Friuli Venezia Giulia per presunta “incompatibilità ideologica”, è emblematico non solo di come l’ideologia possa soffocare e strangolare l’economia, ma anche di come il governo del territorio possa ritenere di espungere dal visibile e dal mostrabile tutto ciò che non corrisponde non tanto a quello che il territorio è, ma a quello che le forze politiche di governo si illudono di poter continuare a far credere che sia. C’è in Italia e nelle regioni italiane la maturità necessaria per accettare l’idea che il cinema sia e possa e debba essere anche scomodo, e offrire racconti non necessariamente apologetici o consolatori, ma anche fortemente critici? Critici anche nei confronti degli idola del territorio e della sua pretesa vocazione identitaria?


Il secondo rischio potenzialmente insito nell’attività delle Film Commission è l’omologazione dell’idea stessa di paesaggio all’insegna della belluria da cartolina: ecco allora il borgo pittoresco, il golfo incontaminato, il panorama bucolico, il tramonto romantico, la spiaggia deserta, lo chalet nel bosco, il laghetto cristallino, l’alpeggio genuino, il monumento autentico, lo scorcio mozzafiato, e via compitando, in un elenco potenzialmente infinito di “luoghi comuni”. Difficile, quasi impossibile, per una Film Commission accettare di sostenere un film che mostri il territorio nelle sue periferie degradate, nei suoi ghetti metropolitani, nelle sue sacche di povertà, nei suoi scempi urbanistici, nelle sue discariche abusive,nelle sue brutture architettoniche e sociali. O anche nel degrado degli edifici, nel pessimo gusto degli arredi urbani, nello scarso rispetto di tutto ciò che è pubblico. Il rischio è che invece di aprire lo sguardo su luoghi prima lasciati ai margini, la presenza e l’attività delle Film Commission induca a marginalizzare lo sgradevole e lo sconveniente, in una sorta di igiene profilattica dell’immaginario locale. Hanno le Film Commission gli anticorpi necessari a difendersi dal virus dell’idolatria territoriale? A evitare il rischio di diventare succursali di quelle che un tempo erano le Pro Loco? Una Film Commission accetterebbe di sostenere oggi un film –poniamo – come Mani sulla città di Francesco Rosi? O come Roma di Federico Fellini? E ancora: come evitare che l’orgoglio territoriale sfoci in grottesche forme di campanilismo tra Film Commission concorrenti (mentre scrivo queste righe leggo di come Giubbio e Spoleto si stiano contendendo il set di Don Matteo...!). E quanto è opportuno che l’orgoglio locale e la legittima volontà di promozione turistico-occupazionale di un territorio diventino alcuni dei principali fattori dirimenti nella decisione di produrre un film?

Infine: le Film Commission che hanno cercato di elaborare una qualche riflessione sul loro ruolo anche in rapporto alla distribuzione e all’esercizio(che sono oggi i veri nodi critici della filiera-cinema) sono pochissime. Quasi tutte impegnate a sostenere la produzione(chi con più risorse, chi con meno: scandalosa, ad esempio, la storica ignavia nei confronti del cinema di una regione ricca come la Lombardia), dimenticano che la vera emergenza – anche territoriale – oggi sta nella difficoltà di trovare luoghi in cui i film –soprattutto gli indipendenti, o i documentari di cui parliamo in un’altra sezione di questo numero di - possano essere visti. Luoghi in cui possano incontrare un pubblico, o provare a costruirlo. Forse, in futuro, bisognerà inventare dei location manager capaci di trovare non solo scorci pittoreschi in cui girare una scena, ma anche luoghi concreti in cui sperimentare nuovi modi di far vedere i film. E di far venire voglia di vederli.

 

(Gianni Canova, articolo tratto dal magazine 8½ - Numeri, visioni e prospettive del cinema italiano -  n.5 , maggio 2013)

 

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