Il bene comune è scritto dallo stesso Rocco Papaleo con Valter Lupo, insieme già cosceneggiatori di Scordato (2023), Onda su onda (2016), Basilicata coast to coast (2010).
Come nei precedenti film di Papaleo, anche Il bene comune è il racconto di un viaggio che è allo stesso tempo fisico e interiore: un viaggio che attraversa il parco del Pollino, reso meravigliosamente dalla fotografia di Diego Indraccolo, alla ricerca del suo simbolo, il pino loricato, albero secolare emblema di resistenza, adattamento e radicamento tenace in una terra all’apparenza inospitale e ostile.
Completano il cast tecnico la scenografia di Sonia Peng, i costumi di Sara Fanelli, il montaggio curato da Mirko Platania e le musiche di Michele Braga.
Il parco nazionale del Pollino in cui il film è ambientato è la più grande area protetta in Italia e si estende tra Calabria e Basilicata. Un gruppo di detenute, accompagnate da una guida turistica e da un'attrice di "insuccesso", ciascuno con la propria storia, intraprendono questo cammino a bordo di uno scuolabus del Comune di Lauria (in Basilicata). L'ingresso del parco è rappresentato dalla "catasta", che dà l'idea di una "struttura che si integra con il territorio": nell'area di Morano Calabro, sul pianoro di Campotenese, si trova una grande pila di tronchi al cui interno è stato ricavato uno spazio funzionale che è, allo stesso tempo, centro visite e punto di ristoro e di vendita dei prodotti locali. Nel tragitto alla ricerca del pino loricato il gruppo attraversa il suggestivo ponte del diavolo, situato nell'area di Civita, che sovrasta la parte bassa delle gole del Raganello.
Le riprese, durate circa sei settimane, hanno attraversato anche le zone di Terranova di Pollino (PZ) e, nel cosentino, Castrovillari, Piano di Masistro, Piano di Novacco e Saracena, con epilogo sul mare, a Diamante, perla della costa tirrenica calabrese.
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Il bene comune è scritto dallo stesso Rocco Papaleo con Valter Lupo, insieme già cosceneggiatori di Scordato (2023), Onda su onda (2016), Basilicata coast to coast (2010).
Come nei precedenti film di Papaleo, anche Il bene comune è il racconto di un viaggio che è allo stesso tempo fisico e interiore: un viaggio che attraversa il parco del Pollino, reso meravigliosamente dalla fotografia di Diego Indraccolo, alla ricerca del suo simbolo, il pino loricato, albero secolare emblema di resistenza, adattamento e radicamento tenace in una terra all’apparenza inospitale e ostile.
Completano il cast tecnico la scenografia di Sonia Peng, i costumi di Sara Fanelli, il montaggio curato da Mirko Platania e le musiche di Michele Braga.
Il parco nazionale del Pollino in cui il film è ambientato è la più grande area protetta in Italia e si estende tra Calabria e Basilicata. Un gruppo di detenute, accompagnate da una guida turistica e da un'attrice di "insuccesso", ciascuno con la propria storia, intraprendono questo cammino a bordo di uno scuolabus del Comune di Lauria (in Basilicata). L'ingresso del parco è rappresentato dalla "catasta", che dà l'idea di una "struttura che si integra con il territorio": nell'area di Morano Calabro, sul pianoro di Campotenese, si trova una grande pila di tronchi al cui interno è stato ricavato uno spazio funzionale che è, allo stesso tempo, centro visite e punto di ristoro e di vendita dei prodotti locali. Nel tragitto alla ricerca del pino loricato il gruppo attraversa il suggestivo ponte del diavolo, situato nell'area di Civita, che sovrasta la parte bassa delle gole del Raganello.
Le riprese, durate circa sei settimane, hanno attraversato anche le zone di Terranova di Pollino (PZ) e, nel cosentino, Castrovillari, Piano di Masistro, Piano di Novacco e Saracena, con epilogo sul mare, a Diamante, perla della costa tirrenica calabrese.
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Picomedia, Less Is More Produzioni, PiperFilm
Una guida turistica e un’attrice di “insuccesso” accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino, alla ricerca del secolare Pino Loricato, simbolo di resilienza. Il cammino diventa presto un viaggio di trasformazione, fatto di incontri e cambiamenti, scandito da una musica che prende forma passo dopo passo, fino a diventare una voce collettiva capace di tenere insieme corpi, emozioni e storie diverse.
In una natura dura e bellissima, attraversata da una solidarietà inattesa, emergono frammenti di vite complesse, ferite ancora aperte e il bisogno profondo di essere viste e ascoltate. Parlare, cantare, dare un nome a ciò che si è vissuto diventa un modo per sciogliere tensioni e ritrovare un senso di appartenenza, almeno finché un evento improvviso non rimette tutto in discussione. Perché, a volte, raccontarsi è già un primo passo verso qualcosa di più grande.