BERLINO – Tra le sfide imminenti che i produttori si trovano ad affrontare c’è quella del decidere se e come integrare l'intelligenza artificiale nel proprio lavoro: come l'AI può aiutare in pre e post produzione nella generazione visiva del contenuto? Come prepararsi a un'era in cui la proprietà intellettuale diventa adattabile e continuamente riconfigurata? Un tema di scottante attualità di cui si è discusso all’European Film Market nel talk “The Big Picture 2026: New Industry Trends and Shifts”, che ha analizzato tendenze e cambiamenti chiave che stanno rimodellando il settore audiovisivo, per riflettere su come trasformare un cambiamento che spaventa in un vantaggio strategico. Il vero punto della discussione emerso, non è più il se l'AI trasformerà il cinema, ma con quali regole lo farà.
Due produttori impegnati attivamente nella sperimentazione dell'intelligenza artificiale hanno portato il dibattito alla loro pratica quotidiana, presentando esempi di sperimentazione e applicazione in corso: Katharina Gellein Viken, CEO di Metrotone, studio cinematografico inglese specializzato in intelligenza artificiale, e Gregor Sauter, responsabile emerging content della divisione RED PONY della tedesca Saxonia Media, hanno subito chiarito un punto fondamentale: l’intelligenza artificiale non è una scorciatoia miracolosa per ridurre i costi sostituendo professionalità come quelle di sceneggiatori o creativi. Al contrario, la sua integrazione richiede investimenti strutturali, competenze dedicate e una ridefinizione dei workflow produttivi.
Metrotone, ha spiegato Katharina Gellein Viken, ha scelto di diventare “AI native” già da alcuni anni, mantenendo però la scrittura e la generazione di idee completamente umana. Nell’azienda i modelli linguistici vengono impiegati a valle per la ricerca e il supporto organizzativo, mentre strumenti generativi visivi intervengono nelle fasi di sviluppo per accelerare la prototipazione. L’obiettivo non è automatizzare l’idea, bensì testarla più rapidamente e ridurre i rischi di mercato. RED PONY, dal canto suo, ha avviato uno studio interno di AI applicata, ancora in fase beta, che analizza ritmo, struttura e potenziale di engagement dei progetti, in particolare nel segmento del micro-drama. Un supporto al flusso di lavoro per accelerare lo sviluppo delle idee, per facilitare la fase di pitching e test, mantenendo la centralità degli autori umani. "Il valore fondamentale è l'accelerazione", ha riassunto Gregor Sauter, sottolineando come il controllo creativo debba rimanere nelle mani dell'uomo.
Tra gli altri temi di cambiamento analizzati, lo sviluppo del micro-drama verticale: episodi di uno-tre minuti pensati per smartphone e piattaforme social, spesso sostenuti da modelli freemium e micro-transazioni. Un ecosistema che ha già trovato mercati solidi in Asia e che ora guarda con ambizione all’Europa e ai territori anglofoni.
Metrotone ha sviluppato il progetto Raynmaker come esempio di IP progettata fin dall’inizio per essere adattabile: micro-serie verticali, film in formato orizzontale e ulteriori estensioni narrative nello stesso universo. Pianificare questa flessibilità sin dallo sviluppo consente di evitare compromessi costosi e di massimizzare le opportunità di sfruttamento. RED PONY, invece, ha scelto per alcuni progetti di puntare esclusivamente sul verticale nativo, in coerenza con le piattaforme di distribuzione e i modelli di monetizzazione di riferimento. In questo contesto diventano centrali accordi di revenue-share e partnership strategiche, con accesso ai dati delle piattaforme come elemento chiave.
Il concetto di “liquid IP, proprietà intellettuale liquida, ha sintetizzato molte delle riflessioni emerse. La proprietà intellettuale non viene più concepita come un singolo prodotto – un film o una serie – ma come un universo narrativo capace di fluire tra media differenti: audiovisivo, musica, graphic novel, contenuti brevi. Per alcuni produttori questa logica è integrata sin dall’ideazione; per altri sta emergendo progressivamente, anche attraverso la sperimentazione di estensioni verticali di IP già consolidate.
Dall’insieme delle discussioni emerge una figura di produttore radicalmente trasformata. Non più soltanto sviluppatore creativo e mediatore finanziario, ma progettista di workflow tecnologici, analista di dati e dinamiche di piattaforma, stratega multipiattaforma, garante dell’identità autoriale in un contesto automatizzato. E la sfida, in questo contesto, non è decidere se adottare o meno l’intelligenza artificiale o esplorare nuove forme narrative, ma comprendere come integrare tutte queste innovazioni in modo coerente, sostenibile e creativo nel proprio processo produttivo.