VENEZIA - Dal passaggio dall’economia della cultura a una vera e propria industria dell’immaginario alla necessità di rafforzare il coordinamento tra Stato, regioni e operatori; dalla questione dell’internazionalizzazione alla riforma della legge sul cinema fino al ruolo di Cinecittà. È stato un confronto ampio quello andato in scena all’Italian Pavilion di Venezia nell’ambito del convegno “Le ragioni del cinema, le regioni del cinema”, organizzato da Italiae e dedicato alla costruzione di un Piano industriale nazionale dell’audiovisivo.
Ad aprire il segmento dedicato alla strategia culturale, Marco Cucco, professore associato dell’Università di Bologna che ha posto al centro la trasformazione del cinema da settore sostenuto per ragioni prevalentemente culturali a comparto considerato strategico anche sul piano economico. “Le ragioni di carattere culturale sono ormai ben note”, ha osservato Cucco, ricordando come da decenni i governi europei sostengano il cinema anche attraverso strumenti legati alla cosiddetta eccezione culturale. Ma, ha aggiunto, “alla fine degli anni Novanta abbiamo avuto però una svolta importante nel mondo di sostenere il cinema: si è passati dall’idea di sussidiare il cinema all’idea di investire nel cinema”. Un passaggio storico in cui è stato legittimato il finanziamento pubblico, non solo chiaramente per ragioni culturali, ma anche e sempre di più per ragioni economiche”. Per Cucco, ormai “le ragioni dell’economia sono ampiamente sdoganate”: l’audiovisivo è riconosciuto come settore strategico per la crescita del Paese. Il passaggio successivo è però quello di costruire un sistema più organico. “Ora bisogna riequilibrare le ragioni dell’economia con quelle della cultura. Ma non occorre rivoluzionare, il sistema ha bisogno di stabilità”, ha aggiunto.
A seguire Roberto Stabile, direttore per l’Internazionalizzazione di Cinecittà, ha affrontato il tema della presenza italiana sui mercati esteri, sottolineando la necessità di superare la frammentazione degli strumenti di promozione. Secondo Stabile, l’Italia dispone di risorse importanti, ma ancora troppo frammentate. “Non bisogna fare una rivoluzione, ma sicuramente rafforzare il coordinamento, rafforzare la coesione, dare delle linee, andare all’estero sempre più uniti è importante e aiuta”. Il rapporto con i mercati internazionali, ha spiegato, non può essere fondato soltanto sulla disponibilità di incentivi. “Per entrare in alcuni mercati, cosa chiedono? Ci chiedono di essere noi stessi e di portare le nostre idee e la capacità creativa italiana”.
Il confronto si è quindi spostato sul rapporto tra cinema e serialità. Nel corso della discussione è emersa l’idea che il sistema audiovisivo non possa più essere letto esclusivamente attraverso la categoria del cinema. “Il racconto per immagini oggi è, per quasi il 70% serialità. Il cinema non è più la componente maggioritaria, è una componente minoritaria”, è stato osservato. Da qui la necessità di mantenere distinti i due settori ma, allo stesso tempo, di favorire un dialogo più stretto, auspicato da Riccardo Tozzi, fondatore di Cattleya. “Il dialogo fra i due mondi, fra le due strutture, fra le due creatività, è fondamentale, pur mantenendo la chiarissima distinzione tra i due settori industriali”. La riflessione ha richiamato anche la diversa presenza femminile nei due comparti: “Nella serialità i capi delle produzioni dei servizi media sono quasi tutte donne. Le strutture editoriali sono quasi tutte composte da donne”. Il cinema, è stato sottolineato, “ha da imparare dal mondo della serialità”, mentre “la realtà, la contraddittorietà, la complessità del cinema può ancora insegnare molto alla serialità”.
Nel confronto con le realtà che operano sul territorio, il presidente dell'associazione Italian Film Commissions, Jacopo Chessa, ha insistito sulla necessità di trasformare il coordinamento esistente in uno strumento più concreto. “È venuto il momento che questo coordinamento diventi qualcosa di più sotto il profilo dell’armonizzazione delle regole, sotto il profilo dell’armonizzazione dell’accesso al credito, cioè di fare sistema tra le varie regioni per rendere più agevole la vita del produttore”. Chessa ha ricordato il lavoro del tavolo Ministero-Regioni-Film Commission e la riattivazione dei tavoli tematici, in particolare quello dedicato all’armonizzazione degli incentivi. Le differenze tra i fondi regionali, ha spiegato, sono legate anche alla loro diversa natura e alle diverse regole che li governano. L’obiettivo deve quindi essere “rendere l’accesso non solo facile, ma anche armonico con quelli che sono gli incentivi nazionali”. La Film Commission, però, non dovrebbe essere considerata soltanto come uno strumento di incentivo. “Ci stiamo specializzando e ci dobbiamo specializzare sempre di più nell’accoglienza, non solo la banale assistenza alla produzione, nell’accoglienza dei progetti”. Un ruolo che, secondo Chessa, “sta diventando sempre di più culturale” e che dovrebbe essere considerato all’interno di un piano strategico nazionale.
Dalla Regione Lazio è arrivata una riflessione sul rapporto tra finanziamenti e pubblico. “L’industria cinematografica è più orientata alla ricerca di finanziamenti che alla ricerca del pubblico”, ha osservato Mariella Troccoli, Presidente Roma Lazio Film Commission. “Bisogna pensare a chi va quel prodotto, sennò è inutile realizzarlo”. La stessa attenzione che si dedica all’incentivo alla produzione deve essere riservata alla qualità e alla capacità dei film di raggiungere il pubblico. “Se il film non ha una promozione o una distribuzione adeguata, non lo vede nessuno”. Da qui la richiesta di affiancare agli incentivi alla produzione anche strumenti capaci di accompagnare le opere verso il pubblico: “I film vanno accompagnati”.
Fabio Abagnato, vicepresidente del coordinamento Italian Film Commissions e direttore di Emilia-Romagna Film Commission, ha riportato il discorso sul rapporto tra politiche pubbliche e industria. Secondo Abagnato, le Regioni rappresentano una vera infrastruttura amministrativa al servizio del settore: “Noi siamo l’infrastruttura pubblica amministrativa dello Stato nelle Regioni al servizio del cinema”. Nel suo intervento ha richiamato anche alcuni ostacoli burocratici che incidono concretamente sulla produzione, sostenendo la necessità di intervenire sulle procedure e sul coordinamento delle norme.
Antonio Parente, direttore di Apulia Film Commission, ha invece sottolineato come l’esperienza pugliese dimostri la possibilità di attrarre produzioni internazionali anche senza ricorrere necessariamente agli aiuti regionali. La Puglia, ha spiegato, conta infatti "un numero elevato di serie internazionali che non vengono sostenute dal nostro organismo intermedio, ovvero dai nostri aiuti di Stato”. Per Parente, più che di competizione tra territori, bisogna parlare di collaborazione. La sfida, dunque, è mettere a sistema le risorse disponibili nelle varie regioni".
Nel segmento dedicato alla produzione e alle prospettive industriali è intervenuta Chiara Sbarigia, presidente di APA, che ha posto l’accento sulla necessità di considerare l’audiovisivo nella sua interezza, andando oltre la centralità del cinema e di intervenite sul nodo finanziario. “Ci sono problemi grossi con l’accesso al credito per la grande maggioranza delle imprese”. I finanziamenti pubblici, ha spiegato, arrivano spesso troppo tardi e questo produce “un fortissimo indebitamento dei produttori rispetto al sistema bancario”. Da qui la proposta di lavorare a un fondo pubblico-privato, affiancato da strumenti destinati al Mezzogiorno.
Alessandro Usai, Presidente ANICA, è intervenuto sul tema della stabilità normativa: “Abbiamo bisogno di stabilità e abbiamo bisogno di una visione di medio-lungo termine”. I tempi di attuazione delle norme, ha ricordato, possono diventare un problema industriale. “Non possiamo permetterci ogni anno di sentire: dall’anno prossimo ci sarà una grande riforma del finanziamento, perché i nostri progetti hanno spesso una valenza pluriennale”.
Sul tema delle politiche per competere nel mercato globale, Matteo Orfini, componente della Commissione Cultura alla Camera, ha definito l’accordo parlamentare sulla nuova riforma un passaggio di particolare rilievo e successo, sottolineando la difficoltà di arrivare a un’intesa tra maggioranza e opposizione. Orfini ha quindi parlato di una “transizione morbida”, pensata per consentire di verificare progressivamente eventuali problemi nella fase di attuazione. Centrale, in questo disegno, l’istituzionalizzazione del confronto con il settore.
Sulla stessa riforma è intervenuto Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura alla Camera, ricostruendo il percorso parlamentare del testo unico. “Oggi siamo arrivati a un testo unico già approvato in commissione”, ha spiegato, ricordando i passaggi compiuti anche presso MEF e Ragioneria dello Stato. Anche per Mollicone, però, “non è la fine ma l’inizio di un percorso”. Le associazioni di categoria, ha sottolineato, saranno nuovamente coinvolte attraverso gli strumenti di confronto previsti: “Verranno riconsultati con il forum, con quello del proposto, con l’osservatorio, poi una volta istituita l’Agenzia, con tutti quegli strumenti che sanciranno la collaborazione e il confronto continuo”. L’obiettivo della fase successiva sarà “dare trasparenza, semplificazione e garanzia di finanziamento e quindi tempi certi”.
Manuela Cacciamani, Amministratore Delegato di Cinecittà che proprio ieri ha accompagnato negli Studi il premio Oscar Alfonso Cuarón, interviene su come gli Studios possano contribuire alla costruzione di una vera industria nazionale. “Cinecittà è l’autostrada che accompagna la nascita di un’idea fino a farla diventare industria”. Nel suo intervento Cacciamani ha rivendicato il valore degli Studios. “Se Cuarón ieri era emozionato nell'entrare a Cinecittà è grazie agli artisti e professionisti che ci sono passati prima di noi. Siamo proprio bravi a fare questo mestiere, di tanto in tanto ce lo dobbiamo ricordare”. Un messaggio che, ha ricordato, deve arrivare soprattutto alle nuove generazioni: “I ragazzi hanno bisogno di una spinta motivazionale”.
Il futuro di Cinecittà, ha aggiunto, non deve essere identificato soltanto con le grandi produzioni internazionali passate negli studi negli ultimi anni. Da qui l’idea di un modello economico differenziato, capace di rendere gli Studios accessibili anche alle produzioni con budget più contenuti. “La nostra intenzione è dare spazio all’Italia e arrivare a mettere a terra un modello economico differenziato che preveda la possibilità di avere accesso a Cinecittà con dei costi calmierati anche per i film nazionali con budget più piccoli”.