VENEZIA - Dalla tecnologia alle persone, dagli investimenti al tax credit: post-produzione e industrie tecniche in Italia rivendicano un ruolo sempre più centrale nella filiera audiovisiva. Il film non finisce quando termina il set, in molti casi è proprio lì che comincia una fase decisiva della sua costruzione: montaggio, effetti visivi, suono, color correction, finishing, digitalizzazione, sottotitolazione, gestione dei dati e tutte le lavorazioni che compongono la post-produzione. Una vera infrastruttura industriale del cinema italiano, una componente tecnologica e creativa essenziale del processo produttivo.
È questo il punto di partenza del confronto organizzato dall’Unione Imprese Tecniche di ANICA all’Italian Pavilion a Venezia, “Dove finisce il film”. La post-produzione, come emerge dall’incontro, non può essere considerata semplicemente l’ultimo anello della catena. Comincia già dalla sceneggiatura, quando bisogna capire se una determinata scena è realizzabile e quanto costerà; prosegue durante la preparazione e la produzione, con le decisioni relative alla costruzione digitale delle immagini e alla virtual production; arriva infine al finishing e alla consegna del prodotto. Da qui la provocazione contenuta nel titolo dell’incontro: il concetto di «Dove finisce il film» abbinato alla post è vero soltanto a metà, perché la post-produzione è anche uno dei luoghi in cui il film comincia.
Piero Costantini Vicepresidente Industrie Tecniche ANICA e AD Mnemonica, ha illustrato l’analisi sui dati della post-produzione in Italia realizzata in collaborazione con il Centro Studi di Anica da cui è emerso un concetto apparentemente semplice: le aziende tecniche non vendono soltanto ore di lavoro, la loro vera risorsa è la capacità di essere pronte quando arriva un film. “Le persone, la ricerca e sviluppo, le macchine, le infrastrutture, la sicurezza dei contenuti e l’aggiornamento tecnologico sono costi che continuano a esistere anche quando non c’è una produzione sul tavolo. Una società tecnica deve possedere la propria capacità produttiva prima ancora di sapere quale sarà il prossimo film. Non può comprare una competenza nel momento in cui ne ha bisogno, deve averla già costruita. Per questo occorre mantenere in Italia la capacità industriale necessaria a realizzarlo”. “La qualità, aggiunge, è uno degli elementi che hanno permesso alle imprese italiane di essere riconosciute all’estero. Ma per mantenere in Italia il finishing serve una tecnologia costantemente aggiornata”.
Per Andrea Di Nardo, AD Laser Film, il problema è che per competere la quota di investimento in tecnologia, che va di continuo rinnovata, è sempre più consistente. Le aziende italiane devono confrontarsi con strutture presenti a Parigi, Londra, New York, Dubai o Los Angeles. Gli investimenti, quindi, sono enormi e comparabili, mentre il mercato domestico è molto più piccolo. “È una fatica per noi gigantesca rimanere competitivi sotto l’aspetto della qualità e soprattutto della tecnologia”, spiega. La capacità esiste – continua - il problema sono gli alti e bassi del mercato e la certezza del tax credit: “Il tema non è soltanto l’ammontare dell’incentivo, è la certezza dell’importo e, soprattutto, dei tempi”.
Francesco Grisi Della Piè, AD EDI Effetti Digitali Italiani, sposta il ragionamento sul carattere industriale dell’investimento. Le aziende tecniche, spiega, hanno tre fondamenta: persone, macchine e competenze. Tutte e tre rappresentano costi e, in larga misura, costi fissi. Quando il mercato rallenta, questi costi non possono semplicemente essere spenti. Da qui la richiesta di aggiornare e rafforzare il tax credit destinato alle industrie tecniche. Ma Grisi introduce soprattutto un ragionamento sul moltiplicatore industriale. Se lo Stato investe 100 euro direttamente in un film, quei 100 euro sostengono principalmente quella produzione. Se invece gli stessi 100 euro vengono utilizzati per consentire a un’azienda tecnica di acquistare tecnologia, sviluppare competenze o mantenere una struttura produttiva, quella capacità può essere utilizzata per 50, 100, 200 film, costruendo un’industria. Una macchina, un sistema, una competenza o una struttura non vengono utilizzati una sola volta. Rimangono nell’impresa e possono essere messi a disposizione di molte produzioni.
Edoardo Luini, Responsabile reparto audio di Cinecittà, porta il discorso sul terreno delle persone e delle competenze. Rendere un’azienda attrattiva a livello di competenze richiede aggiornamento e investimenti continui: “Un software può essere installato in poche ore, formare una persona, costruire un team, trasferire conoscenze e rendere un’azienda competitiva dal punto di vista delle competenze richiede anni e soprattutto richiede continuità”. Nella produzione audiovisiva, sottolinea Luini, la vera differenza tra gli studi non la fa soltanto la tecnologia disponibile, la fanno le persone capaci di utilizzarla. È un passaggio fondamentale anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale: l’AI aumenta la velocità e la potenza degli strumenti disponibili, ma rende ancora più importante il patrimonio di conoscenze necessario per governarli. “Per questo la formazione deve essere considerata una leva industriale. Non un costo accessorio, ma un investimento produttivo”. Luini lega poi direttamente competenze e internazionalizzazione. “Il lavoro internazionale permette alle aziende italiane di confrontarsi con tecnologie avanzate e con modalità di lavoro differenti. Ogni lavorazione internazionale ha un valore che va oltre il fatturato generato dal singolo progetto. È una leva formativa per l’azienda e per le persone. Le competenze acquisite non scompaiono quando il film viene consegnato, rimangono nell’azienda e possono essere utilizzate per progetti successivi”. Una forma di capitale che si accumula e permette anche di attrarre nuovi professionisti, talenti e competenze qualificate, creando un circolo virtuoso.
La conclusione di Francesco Grisi riassume il punto politico e industriale emerso, con la richiesta di istituire un tavolo istituzionale di confronto: “La proposta è intervenire sul meccanismo degli incentivi affinché una parte del valore rimanga effettivamente nelle imprese e nella filiera italiana. Un tax credit per l’industria tecnica, sostiene, non sottrae risorse ai produttori: al contrario, può ridurre il costo dei servizi tecnici e quindi rendere più competitivo l’intero progetto”.