Con Gomorra: le origini, l’atteso prequel della serie che ha conquistato milioni di spettatori in tutto il mondo, disponibile su Sky e NOW in sei episodi dal 9 gennaio, i produttori Sky e Cattleya hanno voluto affrontare un'autentica sfida: tornare su un universo narrativo iconico e mitico, senza replicarne le forme; dar vita a qualcosa che riveli immediatamente la sua appartenenza al mondo di Gomorra, ma percorrendo una strada nuova. La scelta narrativa, infatti, come ribadito più volte in conferenza stampa, è stata quella di “non rifare Gomorra”, piuttosto interrogarsi sulle condizioni che l’hanno resa possibile. Un ritorno alle radici, con i personaggi immaginati in un momento in cui tutto era ancora possibile, durante la loro adolescenza, prima che ogni cosa iniziasse davvero.
Un racconto di formazione (criminale) ambientato in un momento storico in cui la stessa criminalità organizzata viveva una fase embrionale, una sorta di adolescenza. Quello che diventerà un boss senza pietà, appare qui come un ragazzino dal sorriso dolce, i capelli castani lunghi e spettinati, gli occhi luminosi e pieni di speranza. Inquieto e ambizioso, Pietro Savastano cerca la sua strada nella Secondigliano degli anni Settanta, tra povertà e desiderio di riscatto. Proprio in questi anni incontra Imma Ajeta, la futura donna Imma, ragazza benestante dai sogni grandi, proveniente da un ambiente familiare assai diverso da quello di Pietro.
Alla regia della serie uno dei volti iconici dell’universo di Gomorra, Marco D’Amore che ha firmato i primi quattro episodi e curato la supervisione artistica; mentre alla direzione degli ultimi due c’è Francesco Ghiaccio, il quale commenta: “A volte, in certe vite, c’è un istante preciso in cui tutto si spezza. Nel dirigere i miei due episodi ho cercato proprio quello: dare luce a quei punti di frattura, quando la fragilità si apre come una crepa e lascia intravedere il futuro. È lì che nasce un destino nuovo, è lì che le emozioni diventano potenti, feroci e vere”.
Non c’è, però, in questo ritorno al passato la volontà di giustificare quello che i personaggi diventeranno, ma piuttosto il desiderio di porre domande su che tipo di ragazzi erano o su cosa è stato loro tolto, prima del tanto che toglieranno agli altri da adulti.
Sullo sfondo della narrazione la Secondigliano dell’epoca, una città spaccata in due dal corso Umberto: da una parte i commerci fiorenti, la città operaia e operosa, le botteghe, un certo tipo di industrializzazione; dall’altra una zona completamente abbandonata e indigente, con case diroccate e precarie condizioni igieniche. Un contesto di miseria e difficoltà in cui vive un popolo che tira a campare, tra cui Pietro, cresciuto senza genitori, e il suo inseparabile gruppo di amici che sognano una vita diversa e migliore.
Cruciale il lavoro di ricerca per le location, come racconta Marco D’Amore: “La Secondigliano del 1977 non è più visibile nella Napoli contemporanea e per questo la produzione ha scelto di riambientarla a San Giovanni a Teduccio, un’area che conservava ancora una dimensione urbana e sociale affine a quella del corso di Secondigliano dell’epoca”. Marco D’Amore ha, poi, sottolineato come la scelta della location non sia stata solo geografica, ma profondamente sensoriale, e rispetto alle scene girate nel capoluogo partenopeo: “Napoli conserva ancora nei colori di alcuni palazzi, nelle superfici, nelle geometrie urbane, quella palette tipica degli anni Sessanta e Settanta, che scenografia e costumi hanno, poi, valorizzato nella narrazione senza forzature”.
Accanto a San Giovanni a Teduccio e alla città di Napoli, una parte del racconto è stata ambientata anche a Nola, luogo "fondamentale per ampliare il respiro geografico della serie e raccontare una provincia che dialoga costantemente con il centro urbano".
A dare volto ai protagonisti un cast di giovani interpreti, provenienti per lo più dal territorio di Napoli e dalla sua provincia. Un gruppo di artisti particolarmente dotati, come li descrive Marco D’Amore, che parla di “talento napoletano” come dato antropologico, radicato nella storia e nella stratificazione culturale del territorio. “I giovani attori coinvolti nel progetto sono la dimostrazione concreta di una generazione cresciuta non nell’emulazione della violenza, ma nella necessità di esprimersi, di essere ascoltata, di trasformare fragilità e paure in linguaggio artistico. Il lavoro con loro è passato anche attraverso un laboratorio intensivo, una vera e propria convivenza creativa che ha permesso di costruire un gruppo coeso, capace di affrontare un racconto emotivamente complesso senza filtri o protezioni artificiose”.
Nel cast Luca Lubrano interpreta il giovane Pietro; con lui Francesco Pellegrino nei panni di Angelo ‘A Sirena, carismatico malavitoso che lavora per il clan dei Villa gestendo una bisca, ruolo che gli sta molto stretto; Flavio Furno interpreta ‘O Paisano, malavitoso detenuto in carcere, dove inizia a raccogliere «fedeli» che lo seguano nel suo progetto: una camorra nuova, che sia senza schiavi e senza capi; Tullia Venezia è una giovanissima Imma, che frequenta il liceo, suona al conservatorio e sogna di andare a studiare in America; Antonio Buono, Ciro Burzo e Luigi Cardone sono rispettivamente Mimì, Tresette e ‘A Macchietta, amici di Angelo ‘A Sirena; Antonio Del Duca, Mattia Francesco Cozzolino, Junior Rancel Rodriguez Arcia e il piccolo Antonio Incalza interpretano gli amici del gruppo di Pietro, rispettivamente Lello, Manuele, Toni e Fucariello; Renato Russo nei panni di Michele Villa, detto ‘O Santo, erede al trono di una delle famiglie dell’aristocrazia criminale di Napoli, i Villa. Il padre, Don Antonio, è uno dei boss del centro storico. A interpretarlo è Ciro Capano. E ancora Biagio Forestieri nei panni di Corrado Arena, re del contrabbando di sigarette a Napoli; Fabiola Balestriere che interpreta Annalisa Magliocca, la futura Scianel, qui giovane madre vittima della gelosia violenta del marito; e Veronica D’Elia nei panni di Anna, sorella di ‘O Paisano.
Accurato il lavoro sul linguaggio, per restituire maggiore veridicità storica alla serie. Il napoletano utilizzato in Gomorra: le origini non è quello contemporaneo della serie madre, ma un napoletano storico, quello del 1977, profondamente diverso per ritmo, lessico e musicalità.
Marco D’Amore ha spiegato come il dialetto non dovesse diventare una caricatura (“non solo ‘ue ue’”), ma uno slang autentico: “Il lavoro è stato condotto con grande precisione, anche attraverso il recupero di detti, espressioni e modi di dire ereditati da generazioni precedenti, spesso scomparsi dall’uso quotidiano dei più giovani”.
Un’attenzione resa ancora più complessa dalla provenienza geografica dei personaggi: a Napoli il dialetto cambia da quartiere a quartiere, come rimarca il regista, e la scrittura ha dovuto tenere conto di queste differenze sottili, integrandole organicamente nella narrazione.
Precisa la riflessione sulla narrazione del male da mettere in scena. Secondo D’Amore, la narrazione artistica non deve essere edificante, idealizzante, ma deve portare alla luce tutto ciò che nel mondo è sommerso. "Raccontare il negativo non significa giustificarlo, ma comprenderne le origini, restituendo complessità a ciò che spesso viene semplificato. In questo senso, Gomorra: le origini non educa, non spiega, non assolve. Pone domande, e lascia allo spettatore il compito di attraversarle”.
Un modo di portare alla luce ciò che sta sotto, perché “il male, se non viene raccontato, non scompare, si radicalizza”.
È un discorso che attraversa tutta la storia del cinema, dal neorealismo italiano fino alle grandi narrazioni internazionali contemporanee, continua D'Amore. "Raccontare il negativo significa riconoscere una verità profonda dell’umano, non celebrarla".