L’Odissea di Christopher Nolan ha moltissime chiavi di lettura che spaziano dagli aspetti tecnici, con la scelta di girare tutto in IMAX 70 mm, a quelli strettamente cinematografici, con una regia rutilante che rende le quasi tre ore un piacere per gli occhi (e per le orecchie, dato il meraviglioso sonoro); da quello filosofico, con il viaggio di Ulisse che segna la fine di un’era, a quello letterario, con la selezione di episodi tratti dai ventiquattro libri del poema di Omero.
Con Arte e location proviamo ad approfondire gli aspetti legati alla storia dell’arte e ai riferimenti visivi e iconografici del film, nonché, al contempo, alle principali distanze tra la tradizione di alcuni episodi e la loro resa nella pellicola appena uscita nelle sale.
Va detto che la monumentale opera di Nolan, un peplum in salsa moderna, mostra una sola opera d’arte nelle sue quasi tre ore di durata e si tratta della grande statua di Atena nel tempio a lei dedicato a Troia. Le sue forme e la veste dalle linee parallele del panneggio rimandano, abbastanza palesemente, allo stile della scultura ionica di VII-VI a.C., a cui appartengono capolavori come la famosa Hera di Samo (Parigi, Musée du Louvre), priva di testa proprio come nella finzione resterà la statua di Atena dopo la disfatta di Troia.
Per il resto, il film non si segnala per la presenza di manufatti particolari e gli unici altri due “oggetti artistici” potrebbero essere il cavallo di Troia, decisamente moderno e lontano dalla tradizione, e la spilla raffigurante Atena che Penelope dona a Ulisse prima di andare in guerra, che è un ulteriore riferimento alla scultura ionica e alla protettrice dell’eroe protagonista.
Veniamo, quindi, alle immagini del film che, per alcuni importanti dettagli, sembrano mutuate dalla tradizione cinematografica, anche esterna alle altre versioni dell’Odissea. Tra questi spicca la bellissima immagine del Cavallo di Troia in riva al mare, semisepolto nella sabbia, proprio come accadeva alla Statua della Libertà in una delle inquadrature più memorabili del futuro distopico ne Il pianeta delle scimmie di Franklin J. Schaffner (1968).
Il dettaglio è tanto più significativo se si approfondisce la questione letteraria, poiché la fonte non è l’Odissea, ma il secondo libro dell’Eneide di Virgilio, dove Enea racconta a Didone tutto l’episodio, precisando come il cavallo venne portato in città attraverso ruote e tiranti senza alcun riferimento al fatto che fosse per metà insabbiato. E, in effetti, è così che viene rappresentato non solo nei precedenti film sull’Odissea, come ad esempio in Troy (Petersen 2004), ma anche nell’iconografia storico-artistica, come testimonia il bel dipinto di Giandomenico Tiepolo (1760), oggi conservato alla National Gallery di Londra.
Altro momento identitario della storia è la tessitura della tela da parte di Penelope, lavorata durante il giorno e disfatta di notte, in modo da prolungare l’attesa del marito e procrastinare il matrimonio con uno dei pretendenti.
In realtà Nolan non fa alcun riferimento alla funzione della tela, ma più di una volta ci mostra Anne Hathaway, che interpreta la regina di Itaca, al lavoro sul telaio rigorosamente verticale. Proprio questo dettaglio suscita suggestioni storico artistiche, con l’inevitabile riferimento all’affresco di Pinturicchio, dipinto nel 1509 per Pandolfo Petrucci, nel palazzo del Magnifico a Siena, e oggi a Londra, anche lui alla National Gallery, ma anche a Le filatrici di Diego Velazquez (Madrid, Museo del Prado, 1657), in cui il soggetto è oggi riconosciuto nella sfida tra Atena e Aracne, poi punita dalla dea per ybris.
Un discorso a parte merita la bellissima sequenza horror ambientata nella grotta di Polifemo, dove si rintanano Ulisse e i suoi uomini, sorpresi dall’arrivo del ciclope figlio di Poseidone. Il mostro mitologico permette a Nolan di girare una scena ricca di tensione, riuscendo nell’impresa pur sapendo che tutti gli spettatori o quasi sanno in anticipo cosa accadrà, d’altronde conditio sine qua non della suspence così come teorizzata da Alfred Hitchcock e mirabilmente spiegata a François Truffaut nel celebre libro intervista Il cinema secondo Hitchcock.
Polifemo ha un occhio verticale e non orizzontale, il che rende la sua figura ancora più spaventosa poiché diversa da come siamo stati sempre abituati a vederla. In tal senso basti pensare al famoso gruppo scultoreo di I a.C., un tempo in una grotta della villa di Tiberio a Sperlonga e oggi al museo archeologico della cittadina pontina, con Ulisse che acceca Polifemo, ma anche la medesima scena dipinta a metà Cinquecento da Pellegrino Tibaldi a palazzo Poggi a Bologna.
Proprio quel ciclo di affreschi del pittore lombardo, formatosi a Bologna e Roma sulle orme dei pittori raffaelleschi, rappresenta uno dei massimi risultati della storia dell'arte con l’Odissea protagonista, dato che pertiene a due ambienti affrescati noti come Sala di Ulisse e Sala di Polifemo, con un programma iconografico interamente dedicato al poema omerico. Tra le scene dipinte nel palazzo del cardinal Giovanni Poggi, dal 1803 sede della prestigiosa università felsinea Alma Mater, ci sono infatti diversi momenti dell’Odissea: nella prima Ulisse al cospetto di Alcinoo; i compagni di Ulisse prendono gli armenti del Sole; Zeus provoca il naufragio di Ulisse; Ulisse salvato dalla ninfa Ino; nella seconda Nettuno e la nave di Ulisse; Ulisse e la maga Circe; Il dono di Eolo; Polifemo accecato cerca Ulisse; Ulisse acceca Polifemo.
Confrontando i soggetti con gli episodi del film di Nolan, sorge spontanea la riflessione che ogni resa in immagine del poema di Omero non può che essere una selezione di momenti rilevanti, dato che nel mastodontico peplum del regista londinese, oltre all’episodio di Polifemo, di tutti questi soggetti si ritrova solo quello dalla maga Circe.
La prodigiosa regina di Eea, nella pellicola, trasforma gli uomini di Ulisse in maiali, ma lo fa rimodellandoli con l’uso delle proprie mani, un’azione così terrena e umana che nel film diventa un fantastico dettaglio orrorifico, ovviamente assente nel poema che si limita alla proverbiale bacchetta, non a caso consueto attributo di Circe. Nel relativo affresco bolognese, peraltro, tutt’intorno ai due protagonisti, vediamo una serie di uomini raffigurati durante la metamorfosi, un bellissimo dettaglio che, per giunta, in un momento in cui molti sembrano ossessionati dalla filologia, dimostra quanto sia anch’esso poco fedele al testo, dato che i tre personaggi si stanno trasformando in un leone, un cane e un drago, quindi nessuno di loro nei maiali della storia.
In conclusione, merita un’analisi il momento successivo all’episodio di Circe, l’incontro di Ulisse con i defunti, reso possibile grazie alle indicazioni dategli proprio dalla maga. L’evocazione dei morti avviene sulla spiaggia, e al suo cospetto si rivelano diversi eroi greci, su tutti Agamennone, ma anche Sinone, l’uomo lasciato al fianco del cavallo di Troia e ingannato proprio da Ulisse, contro il quale è infuriato. Nel poema Sinone non compare in questo episodio, cosicché anche questa è un’aggiunta della sceneggiatura di Christopher Nolan che, così facendo, aumenta ancora di più la cupezza dei pensieri del protagonista.
Nella sequenza, però, ambientata di notte e illuminata dai fuochi, la corsa delle varie anime in armatura ricorda una delle immagini più famose di quel momento, disegnata da John Flaxman. L’artista neoclassico britannico, che illustrò un altro capolavoro letterario come la Divina Commedia, realizzò ben 94 tavole per L'Iliade et l'Odyssée d'Homère incisa da Tommaso Piroli, edita a Roma da Francesco Romero nel 1793. Nel disegno in questione, con uno sfondo rappresentato da anime in volo e altre in atteggiamenti di disperazione, vediamo tre soldati correre verso Ulisse abbigliati con agili armature ed elmi con alte creste del tutto simili a quelle del film. E chissà che Nolan non abbia dato un’occhiata alle illustrazioni del suo conterraneo vissuto oltre due secoli fa…