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'Imperium' di Loznitsa, la collaborazione tra Archivi per la visione di un maestro

07-09-2026 Carmen Diotaiuti Tempo di lettura: 8 minuti

VENEZIA - Al centro dell’incontro all’Italian Pavilion dedicato a Imperium di Sergei Loznitsa, Fuori concorso alla Mostra, è emerso innanzitutto il valore prezioso della collaborazione tra gli Archivi, intesa non soltanto come strumento operativo, ma come possibilità concreta di costruire nuovi percorsi per il cinema e per la memoria audiovisiva.

Il film documentario di Loznitsa costruito interamente con materiale di repertorio, riscopre un'inedita Unione Sovietica attraverso tre archivi cinematografici italiani - AAMODArchivio Luce Cinecittà Cineteca Nazionale - che per la prima volta hanno collaborato insieme al recupero, restauro e alla digitalizzazione di un fondo cinematografico inedito.

Imperium è il risultato anche di un’ampia coproduzione europea tra Germania – Essential FilmItalia – Kino Produzioni con Rai Cinema, Luce Cinecittà e con la partecipazione di Cineteca NazionaleFrancia – Société Parisienne de Production, con ARTE France, e Lituania – Studio Uljana.

Loznitsa: la genesi di ‘Imperium’

È il grande regista ucraino Sergei Loznitsa a raccontare la nascita del film come una scoperta progressiva, resa possibile dalla capacità di mettere in relazione materiali, persone e istituzioni diverse. “Non sono stato io a scovare il materiale: è stato il materiale a scovare me”, ha spiegato il regista, ricordando il momento in cui Luca Ricciardi (AAMOD) gli mostrò alcuni materiali provenienti dall’archivio, in particolare “dieci minuti di materiale dell’Uzbekistan, da Tashkent, del 1968, in bianco e nero”. Da quella prima visione nacque la curiosità del sapere se ce ne fosse altro, fino alla scoperta di un patrimonio molto più vasto, con oltre cinquanta luoghi e immagini provenienti dall’intera Unione Sovietica: “Tutta l’Asia centrale, l’Estremo Oriente, la parte europea, la Russia, tutte le repubbliche”. Il materiale, ancora non digitalizzato, si trasformò così in un progetto cinematografico: “Abbiamo trovato un tesoro. Dobbiamo fare il film”. Per Loznitsa il lavoro è stato anche un modo per guardare nuovamente a un Paese nel quale aveva vissuto, ma che, proprio grazie a quelle immagini, si è accorto di non conoscere davvero: “Per me si apriva davanti agli occhi un Paese nel quale avevo vissuto, ma che in realtà non conoscevo”.

La quantità e la varietà dei materiali avrebbero permesso persino una versione molto più lunga: “Abbiamo montato sei ore di materiale e realizzato una versione di sei ore. Vedo la possibilità di farne una serie”, ha osservato, spiegando che le esigenze della drammaturgia non consentivano di inserire tutto nel documentario. Il regista ha inoltre sottolineato quanto fosse particolare il punto di vista di quelle immagini, realizzate da troupe italiane in territori nei quali nemmeno i registi sovietici potevano sempre entrare liberamente. Da qui la consapevolezza che quel patrimonio rappresentasse qualcosa di irripetibile: “Questo materiale mi stava aspettando. Ringrazio il cielo”.

AAMOD, Archivio Luce e Cineteca Nazionale: quando il patrimonio è condiviso

Luca Ricciardi (Responsabile Produzione AAMOD) ha voluto sottrarre la vicenda a una lettura troppo personale, insistendo sul fatto che il risultato è stato possibile grazie al lavoro dell’intero archivio. “Questo è, appunto, un bene comune”, ha sottolineato, spiegando come l’idea di lavorare sul materiale fosse maturata anche all’interno dell’AAMOD e nell’esperienza del festival UnArchive Found Footage Fest, dedicato al riuso creativo dei materiali d’archivio. Negli archivi, ha osservato Ricciardi, “non si scoprono le cose, stanno lì, c’è bisogno che qualcuno le guardi”. Il fondo dal quale proviene Imperium conteneva una quantità enorme di materiale girato tra il 1970 e il 1973, accompagnato da un inventario che permetteva di ricostruirne la provenienza e i contenuti. Il problema era che il sonoro era andato perduto e che gran parte delle immagini non era mai stata digitalizzata. La prima bobina venne quindi digitalizzata e mostrata a Loznitsa senza sapere ancora quale sarebbe stato l’esito di quella visione. Ricciardi ha ricostruito anche la storia del fondo e della società che lo aveva prodotto, la Audio Visual Editorial Program, nata nel 1970 con l’obiettivo di realizzare serie internazionali dedicate ai popoli e ai costumi dell’Unione Sovietica per i mercati internazionali. Un lavoro che si inseriva in un sistema complesso di rapporti con le autorità sovietiche, nel quale Unitelefilm svolgeva anche una funzione diplomatica e di relazione per consentire alle troupe straniere di filmare nei diversi territori. La vicenda produttiva fu però segnata da difficoltà economiche: alcuni materiali finirono alla Rai, altri furono conservati in archivi differenti, altri ancora rimasero dispersi. Alla fine il fondo arrivò all’AAMOD, dove è rimasto fino all’incontro con Loznitsa.

L’ingresso dell’Archivio Luce nel progetto ha aggiunto un ulteriore livello all'idea di patrimonio condiviso. Enrico Bufalini (direttore dell’Archivio Luce) ha sottolineato come il fondo utilizzato da Loznitsa presentasse caratteristiche molto simili a quelle dell’Archivio Luce, anche per la presenza di autori come Diego Carpitella e Folco Quilici, figure fortemente legate alla storia dell’Istituto. Secondo Bufalini, le immagini realizzate da questi autori mostrano uno sguardo “simile e indipendente” rispetto alla produzione documentaria istituzionale. Una traiettoria che presenta analogie con il fondo sovietico utilizzato per Imperium. “Il lavoro di un archivio, in ultima analisi, è anche quello di produrre. È quello che facciamo noi”, ha aggiunto Bufalini. Per questo Luce Cinecittà è entrato nell’operazione inizialmente come coproduttore, mettendo a disposizione sia la propria capacità produttiva sia il proprio patrimonio. L’archivio, ha spiegato, non si limita infatti a conservare: i materiali “non esauriscono la loro funzione quando il film è finito”. Possono essere conservati, recuperati, rimontati e trasformati in nuove opere. Le immagini non raccontano soltanto il passato, ma possono dire qualcosa alle persone del presente, diventando strumenti di una rilettura contemporanea della storia. In questa prospettiva, “l’archivio non è il luogo in cui le immagini terminano. È il luogo in cui il cinema ricomincia a produrre”.

Anche Steve Della Casa (Conservatore della Cineteca Nazionale) ha insistito sul carattere straordinario dell’operazione. Ma, al di là degli aspetti produttivi, per Della Casa la cosa più bella di questa operazione è stata l’entusiasmo cinefilo, la spinta che l’ha condotta sino alla fine. “Credo che l’entusiasmo sia qualcosa di fondamentale quando si lavora nel cinema”, ha detto, sottolineando che non si tratta “solamente di una questione di dati, di capitali investiti, di produzioni e così via”. Quando gli è stata presentata la proposta, ha raccontato, era “veramente entusiasta”, e ha definito la possibilità di aver contribuito alla realizzazione del film di Loznitsa “una delle dieci cose che conservo di una “lunga carriera sfaccettata”. Il valore dell’entusiasmo si è tradotto immediatamente anche nella capacità di mettere insieme le istituzioni: “Ci abbiamo messo un quarto d’ora a trovare l’accordo. Non è stata una cosa complicata” ma qualcosa avvenuto proprio sull’onda dell’entusiasmo”.