VENEZIA - La presenza delle donne nel cinema è aumentata, ma il percorso verso la parità è ancora lontano dall’essere compiuto. Soprattutto, i progressi registrati negli ultimi anni non sembrano ancora abbastanza solidi da poter essere considerati acquisiti. È questa la fotografia emersa dal seminario annuale sulla Parità di Genere e l’Inclusione nell’Industria Audiovisiva, organizzato a Venezia 83 da Fondazione La Biennale di Venezia, Eurimages e Women in Film, Television & Media Italia.
Enrico Vannucci (Eurimages) è intervenuto a illustrare la situazione in Europa, prendendo in considerazione i progetti ricevuti ammissibili di finanziamento. I dati presentati da Vannucci mostrano una presenza femminile complessiva in aumento, ma evidenziano che la distribuzione delle donne cambia profondamente a seconda del ruolo. “Bisogna innanzitutto distinguere tra ruoli creativi e ruoli tecnici. Ci sono alcuni ruoli nei quali la distribuzione di genere è abbastanza ben equilibrata e altri nei quali gli uomini prevalgono significativamente e sono molto più numerosi delle loro colleghe. Ad esempio, le montatrici sono ben rappresentate; le DOP o direttrici della fotografia non altrettanto. Le donne sono maggioranza tra le costumiste, mentre sono minoranza tra i tecnici".
Rispetto alle differenze tra i Paesi, la Svezia è il paese con il maggior numero di donne coinvolte nella produzione o nella realizzazione dei film ammissibili. L’Italia è leggermente al di sotto della media, con la media al 41%, mentre la Spagna, anch'essa in Europa meridionale, si distingue invece per il numero molto elevato di donne".
Eurimages ha cercato, poi, di indagare se la presenza di una donna alla regia, alla produzione o alla sceneggiatura possa avere un effetto sulla composizione complessiva della troupe, favorendo l’ingresso di altre professioniste. La correlazione più forte emersa è con le registe, piuttosto che con le produttrici: “Se una donna è alla regia, è abbastanza probabile che ci sia un effetto positivo sulla persona responsabile della sceneggiatura e sugli interpreti".
Rossella Gaudio (DGCA- MiC) ha portato la discussione sul cinema italiano. Dal 2017 al 2025 in Italia c’è stato un aumento del numero dei film diretti da donne, ma negli ultimi anni c’è stato un rallentamento e la situazione rimane ancora fortemente sbilanciata: “In media, negli ultimi tre anni, l’80% dei film è stato diretto da uomini”. Per Gaudio questo dato non deve essere letto soltanto come una fotografia negativa, ma una ragione per continuare a intervenire. “Sono numeri che devono motivarci a migliorare sempre di più l’industria in questi ambiti”.
Anche Gaudio ha insistito sul ruolo della regia come possibile leva per aumentare la presenza femminile nell’intera produzione: “C’è una leva positiva rispetto alla regia: in particolare, se il film è diretto da una regista, aumenta la possibilità che siano donne anche le persone che ricoprono i ruoli di vertice negli altri reparti della produzione”. L’altro punto individuato da Gaudio riguarda il cambiamento generazionale. “I film diretti da donne tendono a essere più spesso film d’esordio rispetto ai film diretti da uomini. Questo è qualcosa da valorizzare, ma significa anche che dobbiamo essere ancora più responsabili quando guardiamo alle carriere di queste giovani professioniste mentre entrano nel settore audiovisivo e cinematografico".
Mariagrazia Franchi (Università Cattolica di Milano) ha concentrato la propria analisi sul perché la crescita abbia rallentato negli ultimi anni e quali strumenti possono essere attivati per ottenere più risultati nel minor tempo possibile. Uno degli elementi emersi riguarda le dimensioni economiche delle produzioni. Franchi ha sottolineato che una quota molto importante dei film diretti da donne si concentra nelle fasce di budget più basse. “Più del 50% dei film diretti da donne non supera gli 800 mila euro”. Un altro elemento analizzato da Franchi riguarda i generi cinematografici. Secondo la ricerca, gli uomini mostrano una maggiore tendenza a sperimentare generi differenti. Per i film diretti da donne, invece, emerge una maggiore concentrazione all’interno degli stessi generi. “Questo ci porta a riflettere sulla necessità di avere più coraggio, più audacia tra le registe”. La questione, quindi, non riguarda soltanto la possibilità di dirigere un film, ma anche la possibilità di scegliere liberamente progetti, generi e territori creativi differenti. Franchi ha analizzato anche ciò che accade dopo la realizzazione del film. La percentuale di opere distribuite in sala, ha spiegato, non presenta differenze particolarmente significative a seconda del genere del regista. La differenza emerge piuttosto quando si guarda ai risultati al botteghino.
Se sul piano economico emergono differenze, sul piano del riconoscimento culturale e artistico il quadro presentato da Franchi è decisamente positivo. “I film diretti da donne hanno un valore culturale e artistico molto elevato, tendono a vincere molti premi e sono molto spesso nominati, molto più dei film diretti da uomini”.
Tutti gli interventi hanno richiamato, da prospettive diverse, l’importanza della presenza femminile nei ruoli creativi apicali. Non si tratta dunque soltanto di occupare una posizione. La presenza di una donna in alcuni ruoli può creare condizioni perché altre donne entrino negli altri reparti. È un punto centrale che individua una possibile strategia concreta: aumentare la presenza femminile nei ruoli decisionali può produrre un cambiamento che va oltre la singola posizione e coinvolge l’intera struttura produttiva.