Condividi

Nanni Moretti tra Roma, Torino e San Sebastian

18-09-2026 Gianni Pittiglio Tempo di lettura: 11 minuti

ARTE E LOCATION: IL CINEMA NEI DETTAGLI

Il nuovo film di Nanni Moretti, Succederà questa notte, presentato all’83° Mostra del cinema di Venezia, commuove, diverte e regala a tutti gli appassionati del regista romano una serie di autocitazioni, con Louis Garrel/Matteo che di fatto è un aggiornato Michele Apicella dei nostri giorni.
Naturalmente anche Matteo si muove perlopiù tra location romane, anche se in un paio di occasioni la scena lascia la capitale per dei veloci passaggi a Torino e persino a San Sebastian, in Spagna. In tutte e tre le città Arte e location ha scovato luoghi di cui vale la pena approfondire la storia…
Partiamo proprio dalla costa settentrionale iberica, dove a San Sebastian, in basco Donostia, Matteo accompagna suo padre, Olivier (Hyppolite Girardot), a coronare il suo sogno di fan di Bruce Springsteen, per un concerto del Boss alla Reale Arena. L’impianto municipale, che tutti i baschi chiamano Stadio di Anoeta, nel film appare nella sua nuova veste scintillante e modernissima, arricchita dai pannelli traslucidi azzurri che rivestono il suo perimetro e si illuminano di notte, secondo il progetto dell’architetta basca Izaskun Larzábal, realizzato tra 2017 e 2019.

Olivier e Matteo alla Reale Arena di San Sebastian

Nella stessa città, inoltre, Matteo incontra anche Greta (Jasmine Trinca), irriconoscibile per il trucco che la invecchia, poiché sta girando un film nel film, in un tipico esempio metacinematografico morettiano. La donna sta cercando sua figlia nelle strade acciottolate su cui si affacciano i palazzi in pietra arenaria, con i loro caratteristici riflessi caldi e dorati, della cosiddetta Parte Vieja (Alde Zaharra in basco), il borgo più antico di San Sebastian, situato ai piedi del Monte Urgull tra il fiume Urumea e il porto.

A Torino, dove Matteo è costretto a fare scalo in uno dei momenti più difficili della sua vita, vediamo naturalmente l’Aeroporto di Caselle, ma è il divertente siparietto con il parroco di una chiesa a regalarci la location storicamente più interessante.
Il protagonista, infatti, viene infastidito dalle campane che suonano di notte e nel confessionale chiederà al sacerdote se è possibile spegnerle o almeno abbassarne il volume, in una sequenza che solo il miglior Nanni Moretti avrebbe potuto inscenare. Matteo si addormenta davanti alla facciata, che la regia riprende in campo lungo, cosicché abbiamo modo di apprezzare a pieno l’architettura neoclassica della chiesa di Santa Pelagia, con un protiro con tanto di timpano che poggia su quattro colonne ioniche e il resto della struttura in torinesissimo “cotto guariniano”.

La chiesa di Santa Pelagia a Torino - © Gianni Pittiglio

In realtà il laterizio a vista cita solo una delle cifre stilistiche più note del grande architetto barocco e abate teatino Guarino Guarini (1624-1683), poiché la chiesa venne consacrata nel 1772, e il suo principale artefice fu il torinese Filippo Giovanni Battista Nicolis di Robilant (1723-1783), coadiuvato dal luganese Pietro Bonvicini, anche se dei progetti iniziali furono a firma di Filippo Juvarra e Bernardo Vittone. Quando Matteo entra per parlare con il parroco, compare anche il ricco altare con la pala dipinta da Vittorio Blanchery (1735-1775) raffigurante La Vergine incorona santa Pelagia alla presenza di sant'Agostino e santa Monica, chiaro segnale di una chiesa retta da canoniche lateranensi di Sant'Agostino.

C’è poi Roma, dove il film si svolge per gran parte della sua durata e dove tanti dettagli rimandano a rilevanti location.
Gli unici luoghi che leggiamo bene sullo schermo sono quelli che compaiono sul navigatore dell'auto di Greta, che controlla i movimenti della figlia adolescente: via dei Ciclamini, in zona Centocelle, nella parte est della città, a un passo dal centro sociale Forte Prenestino, e via Russolillo, a Roma nord, al nuovo Salario, molto vicino al grande centro commerciale di Porta di Roma.
Sono però altri quelli che smuovono maggiormente la nostra voglia di storia della città, a partire dal circolo sportivo in cui si svolge una delle scene centrali del film, quella del surreale incontro tra Greta e Matteo, con Greta che, vestita da sposa, prende la racchetta del fratello di Matteo e, scalza, inizia a giocare a tennis con l’uomo di fronte a lei che ne rimane perdutamente affascinato.

La clip con la partita di tennis al circolo La Torre

L’immancabile sequenza sportiva morettiana – ripetuta poi da Matteo che ruba la palla da basket al figlio e fa canestro nello sgargiante campo della Bocciofila di San Lorenzo, nel Parco dei Caduti del 19 luglio 1943 – è girata al circolo La Torre, sull’Appia Nuova, nel Parco di Torre del Fiscale.
Qui, a ridosso dei campi da tennis, vediamo le grandi arcate dell’acquedotto Felice, che deve il nome a papa Sisto V, nato Felice Peretti appunto. Fu lui, infatti, che tra 1585 e 1590 ripristinò l’antico acquedotto Alessandrino, costruito da Alessandro Severo nel III secolo e che dalla zona Pantanella, vicino Palestrina, arrivava a Roma. Qui, a fine ‘500, andò ad approvvigionare il Viminale e il Quirinale, oltre ovviamente alla grande Villa Montalto Peretti, che il papa fece costruire per la propria famiglia e che caratterizzò quella parte di Roma fino all’Unità d’Italia, quando i Savoia la lottizzarono trasformandola nel “quartiere piemontese” a vie ortogonali che oggi caratterizza la zona dietro Santa Maria Maggiore, tra via Cavour e Termini.

La Fontana del Mosè - © Alfio Pittiglio

Dell’acquedotto oggi ci rimane anche la monumentale mostra dell’Acqua Felice, che domina su largo Santa Susanna, tra via Veneto e Piazza della Repubblica (per i romani sempre e comunque Piazza Esedra). Si tratta della cosiddetta Fontana del Mosè, costruita dopo che Camilla Peretti, sorella del papa, nell’agosto del 1586, portò al fratello una bottiglia della prima acqua potabile dell’acquedotto restaurato, analizzata dai farmacisti di Castel Sant’Angelo. Inaugurata nel giugno dell’anno seguente, l’architetto Giovanni Fontana la fece costruire con il travertino ricavato dalle Terme di Diocleziano, con sculture di Leonardo Sormani e Prospero Antichi, che una leggenda vuole suicida dopo le critiche per la bruttezza dell’opera: Pasquino dedicò alcune rime a quello che venne definito dal sarcasmo romano “il Mosè ridicolo”. A prescindere dal giudizio estetico, un errore certo c’è ed è iconografico: Mosè, quando fa scaturire l’acqua dalla roccia, non ha ancora ricevuto da Dio le tavole della legge che invece qui stringe in mano (Es 17 e 20). Nelle due nicchie ai lati, invece, altre storie bibliche legate all’acqua, con Aronne guida il popolo ebreo all’acqua scaturita dal deserto (Num 20), scolpita da Giovanni Battista della Porta; e Gedeone sceglie i soldati osservando il loro modo di bere (Gdc 7), opera di Pietro Paolo Olivieri e Flaminio Vacca.

La scena di danza in via Carlo Maderno a San Saba

Tornando al film di Nanni Moretti, ma parlando ancora di architetti, un’altra sequenza che diventerà sicuramente cult all’interno della sua filmografia, è quella degna di un musical girata sulle note della coinvolgente She's a Rainbow dei Rolling Stones. La canzone, infatti, non solo fa ballare in casa Matteo e Greta, ma poi anche un gruppo di passanti che li seguono in una coreografia inscenata tra due vie che prendono il nome di grandissimi architetti: via Francesco Borromini, che sale su una scalinata, e via Carlo Maderno, nel pieno centro dello scenografico San Saba. Si tratta del XXI rione di Roma, noto anche con il nome di “piccolo Aventino”, uno dei più riusciti risultati di edilizia popolare di inizio Novecento dichiaratamente ispirati alle garden city britanniche, insieme alla Garbatella e a Città giardino Aniene, nei pressi di Monte Sacro.   

Non resta che chiudere questo approfondimento con i ponti di Roma, protagonisti di un paio di sequenze. Nella prima, Matteo ricorda uno dei primi momenti iniziali della sua paternità, col piccolo Gregorio stretto sul petto dalla fascia per neonati, mentre passeggia su Ponte Sisto. Il ponte fu costruito da Sisto IV della Rovere, per il Giubileo del 1475, come connessione tra la città e le aree al di là del Tevere, ovviamente non solo Trastevere, ma soprattutto il Vaticano, in un’epoca in cui esistevano solo i ponti dell’Isola Tiberina e Ponte Sant’Angelo, già Elio. Non sappiamo chi lo progettò, anche se per secoli si è creduta valida l'attribuzione di Vasari, che lo assegnava all'architetto fiorentino Baccio Pontelli, arrivato a Roma proprio con il Giubileo e al quale era tradizionalmente attribuito tutto ciò che era stato costruito sotto Sisto IV, a partire dalla Cappella Sistina (1475-1481). Il ponte, nella sua versione attuale, deve molto al restauro di Gaetano Miarelli Mariani che lo dotò di nuovi parapetti, cancellando l’intervento postunitario di Angelo Vescovali (1877) che, per ampiarne la portata, aveva aggiunto due passerelle in ferro e ghisa sospese su mensoloni.
Nella sequenza finale, invece, in campo lungo, Matteo è di nuovo a passeggio con il piccolo Gregorio, ma stavolta cammina su Ponte Testaccio, e sul fondo si vede il Gazometro. Il ponte è decisamente più recente dell’altro, e venne costruito tra 1938 e 1948 su progetto dell’architetto Bastianelli e dall’ingegnere Cesare Pascoletti, poi modificato da Giulio Krall, per collegare Testaccio dall’altezza del Mattatoio, oggi dismesso e occupato in parte dal MACRO e in parte dalla Città dell’Altra Economia, e la stazione di Trastevere. Nelle idee del regime fascista avrebbe dovuto chiamarsi Africa, ma per fortuna poi ha preso il nome del quartiere e delle sue testae, i frammenti di anfore da cui è costituito il colle artificiale di Testaccio, appunto.


La clip con il campo di basket della Bocciofila di San Lorenzo

News correlate

Tutte le news