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‘Mustang’, Kasia Smutniak: una scuola sull’Himalaya e la felicità come pratica quotidiana

19-10-2026 Carmen Diotaiuti Tempo di lettura: 6 minuti

Una promessa lunga vent’anni, un cerchio che si compie per aprirsi a un nuovo inizio. Dal primo viaggio in Mustang con Pietro Taricone nel 2003, con la promessa di tornare e fare qualcosa per proteggere la cultura e le persone che l’avevano accolti, al ritorno in quella regione remota dell’Himalaya in solitaria della figlia Sophie, diventata la voce narrante del documentario Mustang, con cui Kasia Smutniak trasforma un archivio familiare e una vicenda privata in un racconto di memoria, istruzione e speranza, in cui la storia di una famiglia si intreccia con quella di un’intera comunità. “È una storia raccontata nel tempo, nell’arco di 23 anni”, ha spiegato Smutniak. “Un arco narrativo lungo in cui sono partita in un certo modo e sono arrivata in un altro”. Il documentario, ha aggiunto, è anche un viaggio metaforico: la vita stessa è un percorso in cui ogni esperienza lascia uno strato, ogni incontro modifica il nostro sguardo e ogni conclusione può trasformarsi in un nuovo inizio. Come una storia personale che fa il suo percorso e viene poi affidata allo sguardo degli altri, attraverso il quale può proseguire il suo cammino nel mondo.

Il documentario, una produzione Fandango in associazione con Luce Cinecittà, è in Concorso nella sezione Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma. Domenico Procacci ha raccontato un coinvolgimento personale insolito per un produttore, spiegando che la storia è parte della propria vita e sottolineando la fatica e la passione necessarie per portare a termine il lavoro. Manuela Cacciamani, amministratore delegato di Cinecittà, ha invece richiamato il ruolo delle istituzioni pubbliche nel sostenere progetti culturali capaci di unire creatività e impegno sociale. Ha riconosciuto che operare in un’azienda pubblica richiede rigore e scelte continue, ma che esperienze come questa dimostrano il valore di assumersi la responsabilità di sostenere iniziative artistiche significative.

Smutniak: la purezza dell’uomo che fa la cosa giusta

Mustang, Ghami Solar School

Il cuore della storia è l’incontro con Kunzom, una donna che ha un ruolo fondamentale nella realizzazione di un progetto educativo destinato ai bambini del Mustang. Grazie a questa relazione, la promessa fatta anni prima trova una forma concreta: costruire una scuola che consenta agli alunni di proseguire gli studi senza essere costretti ad abbandonare le proprie famiglie. È un risultato che va oltre la costruzione di un edificio. In un territorio montano isolato, dove le distanze e le condizioni ambientali rendono difficile l’accesso all’istruzione, la scuola rappresenta la possibilità di scegliere il proprio futuro senza dover recidere il legame con la propria comunità.

È anche questa dimensione concreta ad aver spinto Kasia Smutniak a raccontare la vicenda. La regista ha parlato della speranza che nasce quando qualcuno sceglie semplicemente di fare ciò che ritiene giusto, nella pura semplicità del gesto, senza cercare riconoscimenti. Una riflessione che aveva già attraversato il suo precedente documentario, Mur, dedicato alle persone impegnate ad aiutare i migranti al confine tra Bielorussia e Polonia. “Anche solo una persona che fa la cosa giusta mi dà speranza, mi dà fiducia nell’essere umano”, da ribadito la regista. In Mustang, questa fiducia prende la forma di una comunità che investe nell’educazione e nel benessere dei bambini. La felicità, nella prospettiva evocata, non è un obiettivo astratto da raggiungere un giorno, ma una pratica quotidiana fatta di gesti, abitudini, cura e condivisione.

La scuola di Ghami si trova oggi ad affrontare una fase delicata. Le trasformazioni ambientali che interessano l’Himalaya, tra frane, inondazioni e slavine, si aggiungono alle difficoltà geografiche che caratterizzano la regione. La speranza è che i bambini possano continuare a studiare e che l’esperienza costruita negli anni non si esaurisca con il cambiamento delle persone o delle condizioni in cui è nata.

Sophie Taricone, il passaggio di testimone

Mustang

Per anni, il materiale raccolto durante i viaggi era rimasto senza una forma narrativa definitiva. Nel 2018 Smutniak e la sceneggiatrice Marella Bombini hanno cominciato a lavorare all’archivio, visionando ore di filmati privati e cercando un punto di vista capace di tenere insieme la dimensione familiare e la storia della scuola. L’idea iniziale era stata quella di affidare il racconto a una delle bambine della comunità. Sophie, allora ancora piccola, sembrava però troppo giovane per assumersi quella responsabilità. La svolta è arrivata nel 2024, quando, a diciannove anni, Sophie ha deciso di affrontare da sola il viaggio in Mustang, portando con sé la vecchia videocamera MiniDV del padre, scomparso nel 2010, per filmare la propria esperienza. Poco prima della partenza, chiedendo alla madre dove fosse la telecamera.

In quel gesto Kasia Smutniak ha riconosciuto un passaggio di testimone: la figlia non era più soltanto parte della memoria familiare, ma poteva diventare la persona attraverso cui quella memoria avrebbe trovato una nuova voce. Sophie è così diventata la voce narrante del documentario. Il suo sguardo, insieme interno ed esterno alla storia, permette di rileggere il passato senza rimanerne prigionieri. Il viaggio che Kasia e Pietro avevano cominciato insieme si trasforma in un’esperienza che attraversa le generazioni, affidando alla figlia la possibilità di ripercorrere le tracce dei genitori e aggiungere le proprie.