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‘La Gradiva’: un ‘Viaggio in Italia’ per studenti con un focus su Villa dei Misteri

06-11-2026 Gianni Pittiglio Tempo di lettura: 8 minuti

ARTE E LOCATION: IL CINEMA NEI DETTAGLI

La Gradiva, il film diretto da Marine Atlan e scritto insieme ad Anne Brouillet, recentemente designato Film della Critica dal SNCCI, aveva vinto il Grand Prix Ami Paris alla Semaine de la Critique allo scorso Festival di Cannes e, dopo una lunga attesa, uscirà il prossimo 12 novembre in Italia. Il primo lungometraggio di Atlan racconta della gita di una classe di un liceo francese in Italia, un viaggio di studio per visitare Napoli e dintorni, il Vesuvio, gli scavi di Pompei, il Museo Archeologico Nazionale (MANN). Un itinerario che ricorda da vicino Viaggio in Italia di Roberto Rossellini (1954) presentato in versione restaurata all'83° Mostra del cinema di Venezia (leggi ARTE E LOCATION: Viaggio in Italia di Rossellini. Un Grand Tour moderno tra siti culturali e le guide improvvisate di un tempo)

Tra le prime sequenze la professoressa Mercier (Antonia Buresi), in un’escursione sul Vesuvio, spiega ai ragazzi l’origine e il funzionamento dei vulcani, in una vera e propria lezione filmata. Lo stesso accadeva a Ingrid Bergman che nel precedente rosselliniano si faceva accompagnare da una guida locale per conoscere meglio quella realtà e fotografare piccoli crateri sempre in attività con cenere e lapilli.
Il riferimento a Viaggio in Italia appare così stringente per Marine Atlan da mostrarci persino una processione dedicata alla Vergine, che nel film di Rossellini caratterizzava il famoso finale in cui la coppia protagonista costituita da Ingrid Bergman e George Sanders si riavvicinava dopo la lunga crisi.

James di fianco alla Musa Urania del MANN di Napoli

Ciò che però avvicina il film al mondo dell'arte e della storia sono due sequenze che mostrano i ragazzi tra le ville romane di Pompei e al MANN di Napoli.
In quest’ultimo, come faceva Ingrid Bergman, alcuni studenti guardano le statue, la macchina da presa si sofferma su Suzanne (Suzanne Gerin) e James (Mitia Capellier-Audat), che si aggirano per le sale tra i pezzi della collezione che un tempo fu della famiglia di Paolo III Farnese, come il Protesilao con il mantello sulla spalla, i tirannicidi Armodio e Arostigitone, per poi ritrovarsi davanti al celeberrimo Ercole Farnese. All’interno di questa silenziosa ma eloquente sequenza, lo stesso James viene ripreso di fianco alla grande Musa Urania, con uno scarto proporzionale che è simbolo della condizione adolescenziale, fulcro della pellicola.

Merita un discorso specifico la parte dedicata a Pompei: il film mostra i ragazzi che passeggiano nella città antica, dove anche Rossellini faceva camminare i due protagonisti e, come in quel caso, si ripete anche la riflessione sulla vita e la condizione umana, lì suggerita dai vuoti nella terra lasciati dai corpi decomposti, qui da uno dei calchi conservati proprio al Museo Archeologico Nazionale, da cui la professoressa Mercier parte per una lezione toccante.
Ne La Gradiva, però, c’è qualcosa di molto diverso e unico, una sequenza di oltre dieci minuti ambientata nella Villa dei Misteri, situata a poche centinaia di metri fuori dalle mura di Pompei, dove ancora una volta la docente di latino dei ragazzi si trasforma in una guida provetta, spiegando loro il soggetto degli affreschi per poi passare alla sua materia.
La villa suburbana, forse appartenuta alla famiglia augustea degli Istacidii, che l’avrebbe fatta costruire sul finire del II a.C., venne scoperta tra 1909 e 1910 da Aurelio Item, il proprietario del terreno soprastante, da cui infatti prese il primo nome che le fu dato, Villa Item appunto. Successivamente, tra 1929 e 1930 l’area fu espropriata dal Regno d’Italia e i lavori proseguirono in maniera scientifica, sotto la direzione dell’archeologo Amedeo Maiuri. La meravigliosa scoperta rivelò delle decorazioni risalenti al 60 a.C., che la rendono ancora oggi uno dei luoghi più famosi della pittura romana, poi dimenticate dopo il terremoto del 62 d.C., quando il sito da villa venne trasformato in fattoria, ancor prima del terribile 79 d.C. in cui avvenne la più celebre eruzione del Vesuvio.

Le pitture del triclinio della Villa dei Misteri - © Gianni Pittiglio

L’ambiente del triclinio conserva una serie di scene divise da paraste, con ventinove personaggi, che rimandano ai culti misterici, dominate da un fondale rosso. Le figure sono a grandezza naturale e al centro del ciclo sono Dioniso/Bacco, il dio del vino, che inizia la sua sposa Arianna ai misteri dionisiaci (non mancano identificazioni della donna con Afrodite, dea dell’amore, o Semele, la madre del dio). Tutt’intorno si vedono due donne con un bambino che legge un testo – forse Dioniso fanciullo con la madre Semele e la zia Ino, oppure un ministro giovane e puro, ignaro del culto, che legge il rituale – e una donna che porta quella che sembra essere una focaccia agli sposi, come dono di buon auspicio. Seguono una sacerdotessa con due ancelle impegnate a preparare un bagno rituale che precedeva e seguiva il sesso, come dimostra il ramo di mirto, sacro ad Afrodite; e poi il vero e proprio corteo dionisiaco con un sileno cantore, Pan che suona la siringa e Panisca che allatta dei capretti, un altro sileno con una coppa in cui si specchia un satiro, probabile allusione alla catottromanzia (divinazione tramite lo specchio) e un satiro con una maschera teatrale.
Più vicino alla coppia protagonista del ciclo, c’è lo svelamento della cesta mistica, dove una donna inginocchiata trova sotto un drappo il fallo simbolo di fecondità, mentre di fronte una figura alata (Teleté, cioè ‘iniziazione’) con un bastone colpisce una donna nuda, seguita dalla flagellazione dell’iniziata, in ginocchio. La stessa donna è poi raffigurata ormai baccante, ebbra, in estasi e colta mentre danza con i cembali, accompagnata da una sacerdotessa con il tirso, il principale attributo di Dioniso, un bastone sormontato da una pigna e avvolto di edera o pampini d’uva. Ai lati dell’ingresso, infine, compaiono una giovane sposa bionda che, durante la toletta nuziale, viene assistita da un’ancella e un amorino, e una matrona paludata che osserva tutto il rituale, forse la padrona della villa e la committente dell’intero ciclo, per alcuni da considerare una rappresentazione simbolica del suo matrimonio.
Nel film una panoramica ci mostra tutte le pitture, prima che la professoressa chieda ai ragazzi cosa vedono. La reazione degli studenti è perplessa, ne percepiscono la potenza iconografica e cromatica, la tensione, vedono vassoi, figure che leggono, donne spaventate, ma non possono capirne il senso. Sarà proprio lei poi a dirne qualcosa e a citare il famoso verso di Properzio, «Nocte una quivis vel deus esse potest» («in una sola notte chiunque può essere persino un dio»; Elegie, II, 15, 40), che dà improvvisamente un significato a tutta la decorazione!


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