BERLINO – Una “commedia romantico-politica”, la definisce Shahrbanoo Sadat, regista afghana che vive da esule in Germania dalla caduta di Kabul del 2021. Il suo terzo lungometraggio, No Good Men, apre l'edizione 2026 di Berlino con un film profondamente politico, che vuole sollevare un dibattito su quel patriarcato dominante in cui ogni tipo di sessismo è pratica quotidiana. Attento anche alla responsabilità internazionale per gli sviluppi catastrofici dell’Afghanistan, il film è una dichiarazione politica forte proprio all’inizio della Berlinale. No Good Men’ racconta la storia di Naru, interpretata dalla stessa regista che ammette di aver messo molto di sé nel personaggio principale del film: una giornalista televisiva, unica donna cameraman a Kabul, combattiva e sicura di sé, dalla lingua tagliente e con una certa propensione a mettersi nei guai. Naru si afferma in un mondo dominato dagli uomini, appartiene alla nuova classe media - quella che oggi è stata completamente spazzata via in Afghanistan - è una donna che lavora, ha la sua indipendenza, anche finanziaria; vive nel centro di Kabul, lavora nei media, è una tecnica, ha un figlio e dei problemi con il suo ex marito e con l'ambiente maschilista che la circonda al lavoro. Ma ha capito pure che la vita a Kabul può essere piena di umorismo e di comicità, di forza, che prova a instillare nelle relazioni quotidiane con le donne che la circondano.
Credo che una delle cose positive di una società patriarcale sia quella di rendere le donne più forti, innanzitutto perché tutto ciò che vogliono fare come donne è vietato: o non si può fare, o ci sono comunque restrizioni e limiti alla loro libertà, sottolinea la regista. "Anche se sei una donna indipendente che vive nel centro di Kabul, c’è sempre un soffitto oltre il quale non puoi andare. Il patriarcato e tutte le sue restrizioni hanno reso, però, molte donne estremamente forti. Quando vivevo a Kabul, incontravo casalinghe senza istruzione, donne che non avevano mai avuto la possibilità di andare a scuola, eppure erano così coraggiose e forti che pensavo: “Per favore, difendete voi i miei diritti”.
Anche il personaggio maschile, il giornalista più importante dell'emittente Kabul TV interpretato da Anwar Hashimi, ha un forte riferimento biografico: “Abbiamo lavorato nello stesso periodo in TV - racconta la regista - . Io facevo la produttrice di un programma di cucina, che odiavo tantissimo, ma il mio capo all’epoca pensava che “donne e programmi di cucina vanno bene insieme”, quindi sono rimasta bloccata a lungo in quello show terribile. Anwar, invece, lavorava come produttore per il telegiornale. Non abbiamo mai lavorato davvero insieme nella vita reale, ma io sono rimasta in quella TV per cinque anni e lui per dieci, ci incontravamo durante le pause in mensa. In effetti è stato il mio primo 'uomo buono'. Prima di allora ero cresciuta pensando che non esistessero uomini buoni, e non era solo una mia opinione personale, credo fosse un’esperienza collettiva di tantissime donne che vivono in una società patriarcale come quella afghana. Fino ai miei primi vent’anni ero davvero convinta che in Afghanistan non ci fossero uomini buoni. Lo credevo come se fosse un fatto, come dire “la terra è rotonda, quindi in Afghanistan non ci sono uomini buoni”.
Dal momento in cui i talebani sono tornati in Afghanistan, molti hanno iniziato a idealizzare l'era precedente, sostenendo che prima del 2021 le donne godevano di tutti i loro diritti. Una cosa non vera, denuncia la regista: "Il sessismo e il pensiero patriarcale erano profondamente radicati nella società afghana molto prima del ritorno dei talebani. Molte donne, me compresa, avevano già sperimentato mentalità simili a quelle dei talebani nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e nella vita sociale”.
Oggi esistono uomini buoni in Afghanistan e nel mondo? "Credo di sì ma abbiamo bisogno che ce ne siano di più - dice Shahrbanoo Sadat - Sono quegli uomini che non approfittano di tutti i privilegi che la società patriarcale offre loro e che, indipendentemente da tutto e in qualsiasi circostanza, continuano a sostenere le donne nella loro vita. La realtà è che è estremamente difficile essere un uomo buono in una società patriarcale - aggiunge - Questi uomini vengono maltrattati, derisi e la loro virilità viene messa in discussione, e io voglio solo dire loro: vi vedo, vi ammiro, vi rispetto”.
Il film è ambientato in Afghanistan nei giorni drammatici che precedono la presa di potere dei talebani nel 202, ma è stato girato in realtà in Germania: "Il mondo si sta rimpicciolendo e i luoghi in cui si può girare liberamente diventano sempre meno. Non è stato possibile girare in Afghanistan, quindi tutto è stato realizzato in Germania, e abbiamo dovuto ricreare l’intero mondo della città di Kabul". Grande il lavoro fatto sul materiale d’archivio, inviato da alcuni giornalisti locali o recuperato dal girato di documentari. "Doveva integrarsi con il film e con gli elementi di finzione, quindi abbiamo dedicato molto tempo a visionare e selezionare le immagini, per restituire la sensazione della strada, così come la percepiscono i personaggi nelle loro scene".
Fondamentale, rimarca la regista, inserire quelle immagini in modo che si fondessero perfettamente, senza far percepire allo spettatore il passaggio tra finzione e materiali reali.Tutto ciò è stao possibile anche grazie a un grande lavoro su color grading e sul suono, essenziali per creare l’atmosfera del film. "Credo sinceramente che, per chi non lo sappia, non è possibile capire dove sia stato realmente girato il film".