BERLINALE – Più che un documentario in senso tradizionale, un film-saggio che interroga il concetto stesso di verità. In selezione ufficiale (Berlinale Special Presentation) il nuovo lavoro della scrittrice, regista e produttrice austriaca Ruth Beckermann, Wax & Gold. Al centro dell’opera non c’è soltanto l’Etiopia e l'Hilton di Addis Abeba - inaugurato dal controverso imperatore Hailé Selassié all'inizio degli Anni '60 - dal quale la regista si immerge nel passato e nel presente del Paese, ma la questione dello sguardo: chi guarda? Da quale posizione? Cosa significa essere guardati?
Il cuore del discorso è “l’altro” come mistero. “Penso che alla fine si finisca sempre per parlare di se stessi, intrecciando un nuovo filo nel tessuto delle proprie esperienze, della storia europea”, sottolinea la regista, già alla Berlinale con The Waldheim Waltz, miglior documentario al festival nel 2018, e Mutzenbacher, vincitore della sezione ‘Encounters’ nel 2022. Ruth Beckermann mette in scena il proprio punto di vista senza pretendere neutralità: osservare significa sempre esporsi e l’altro non è mai completamente conoscibile. Anche nella prossimità, anche nella convivenza, resta una distanza incolmabile, e questo limite non è un fallimento dell’opera cinematografica, ma la sua condizione di possibilità. Così Wax & Gold, il cui titolo rimanda alla tradizione retorica etiope del “cera e oro” - uno strato esterno (la cera) e un significato nascosto (l’oro) - rivela che il compito non è trovare l’oro, ma interrogare la cera.
In Wax &Gold le immagini d’archivio convivono con il presente; il passato coloniale si intreccia con un futuro urbano che richiama Las Vegas o Dubai; l’hotel - la cui opulenza contrasta con la vita della città, le code di operai alle fermate degli autobus e gli scheletri dei grattacieli in costruzione - diventa luogo-soglia tra memoria e modernità.
Una coproduzione Austria- Italia, prodotta da Ruth Beckermann Filmproduktion con Citrullo International e con Rai Cinema, realizzata con il sostegno di Istituto Austriaco del Cinema, ORF Film/Fernseh-Abkommen, Direzione Generale Cinema e Audiovisivo – MiC, Fondo Lazio Cinema Internationa.
L’Etiopia appare nel documentario come peculiare rispetto agli altri Paesi africani. Perché è un luogo così speciale?
L’Etiopia è speciale per diverse ragioni. A partire dal fatto che è l’unico Paese africano a non essere stato colonizzato, se non durante l’occupazione degli italiani nel 1935 con Mussolini e il governo fascista. Un periodo terribile durante i quale furono commesse molte atrocità. Ma fu un periodo breve, gli etiopi, con l’aiuto dei britannici, riuscirono a cacciare gli italiani dopo cinque anni. e bisogna dire che in quel breve lasso di tempo gli italiani riuscirono anche a costruire alcuni edifici validi, con un’architettura interessante che si può ancora vedere oggi. La cosa interessante è che oggi, nonostante le atrocità subite, non ci sono molti sentimenti negativi verso gli italiani: gli etiopi sono un popolo molto fiero, orgoglioso di avere validi combattenti e di essere riuscito a liberarsi degli italiani.
Ma l’Etiopia è speciale anche perché possiede una cultura antichissima e affascinante. È un Paese ortodosso, con una Chiesa molto antica, e possiede un’antica scrittura, la lingua ge?ez, in cui erano scritti e i testi sacri che oggi poche persone sanno tradurre. Esistono ancora alcune scuole in cui i bambini imparano questa lingua. Hanno, inoltre, molte antiche tradizioni, come le leggende secondo cui Hailé Selassié sarebbe uno dei discendenti del re Salomone e della regina di Saba. Perfino nella Bibbia, nell’Antico Testamento, l’Etiopia è già menzionata; e poi c’è lo scheletro fossile Lucy, questa antichissima testimonianza dell’umanità.
Ritiene che ‘Wax & Gold’ stimolerà una nuova riflessione sul colonialismo in Etiopia, soprattutto da parte degli spettatori italiani?
Me lo auguro. Sarei felice se il film venisse fatto circolare ampiamente in Italia. Ho sempre pensato che la cosa più importante sia mostrare i film nei luoghi in cui le persone sono davvero coinvolte in quella storia. Quindi lo spero, ma non dipende da me.
Che cosa rappresenta la figura dell’imperatore Hailé Selassié?
È una figura molto ambigua. All’inizio del suo regno, quando divenne imperatore nel 1930, cambiò davvero molte cose nel Paese. Era un Paese che viveva ancora quasi nel Medioevo, lui abolì la schiavitù e costruì le prime scuole. Poi però andò in esilio in Gran Bretagna e, quando tornò, era già un uomo anziano; più a lungo rimase al potere, più si isolò. Ignorò la carestia: nel suo Paese milioni di persone morirono di fame durante il suo regno, e lui la ignorò. La sua vita a corte era talmente isolata che i ministri non gli dicevano più nulla. Credo che all’inizio fosse un riformatore, ma alla fine sia diventato davvero un grande autocrate.
L’hotel Hilton di Addis Abeba è il punto di osservazione dal quale si immerge nella storia dell’Etiopia. In che modo rappresenta un ponte tra passato, presente e futuro del Paese?
Il film è stato girato nello stesso hotel inaugurato da Hailé Selassié all'inizio degli Anni '60. Lì ho incontrato le persone che lo frequentano e che ci lavorano in questi giorni, mettendo insieme le loro testimonianze a immagini d’archivio provenienti dal passato. Sul finale ho intervistato anche giovani e studenti che parlano del presente e delle loro speranze per il futuro.
Negli ultimi fotogrammi del film, poi, ci spostiamo dall’hotel per esplorare la città, passando da immagini di vecchio, povero e antico, verso una città in costruzione che sembra una sorta di Las Vegas o Dubai. Penso che quello sia il futuro del Paese. Un po' folle, ma molto interessante, pieno di energia.
Nel documentario emerge forte il tema dello sguardo sull’altro, della verità come punto d’incontro sfuggente tra l’osservare e l’essere osservati.
Penso che lo sguardo sia il vero tema del film. Come guardo le persone e come loro guardano me? La cosa più interessante per me è parlare dell’altro come mistero, interrogandosi su quanto ci si possa avvicinare e quanto è possibile comprendere davvero chi si ha di fronte,
Un altro tema importante è il rapporto tra fatto e finzione. Cos’è un fatto? Cos’è finzione? Anche la storia stessa è finzione, non è solo un fatto. Pure la memoria è finzione: posso ricordare oggi un evento in un modo, e domani in un altro, perché riaffiora un dettaglio diverso. Viviamo in un tempo in cui è difficile distinguere tra ciò che è fatto e ciò che è finzione, tra ciò che è vero e ciò che è menzogna. Viviamo immersi nelle menzogne. Come possiamo allora capire cosa sia vero e cosa sia falso?
Ritiene che il documentario sia la forma cinematografica più adatta a esplorare la verità? Ha la possibilità di andare maggiormente in profondità?
Non so se possa andare più a fondo nella verità, ma forse può più facilmente stimolare il pensiero dello spettatore. Quello che il mio film cerca di fare è spingere a riflettere, anche su cosa sia vero e cosa falso. Il cinema di non fiction, come il film-saggio o il documentario, può fare questo lavoro. Nel cinema di finzione, spesso si è talmente coinvolti emotivamente in una storia che si dimentica di riflettere.