La lotta musicale di Pino Daniele per emergere dai bassi di Napoli, insieme al suo personale disperato desiderio di riconquistare l’affetto di un padre e una famiglia che lo aveva abbandonato da bambino. Il biopic diretto dal regista napoletano Nicola Prosatore Je so’ pazzo, presentato alla Festa di Roma (Grand Public) e tratto dal libro Pino Daniele. «Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce» di Alessandro Daniele, racconta il percorso innanzitutto umano, oltre che artistico del bluesman partenopeo. Un uomo sospeso tra due identità: da un lato Pinotto, ragazzo cresciuto tra i vicoli di Napoli ‘affidato’ a due zie zitelle, e dall’altro Pino, cantautore ribelle la cui inconfondibile voce ha segnato la storia della musica italiana, e non solo. Tra conflitti familiari e fragilità personali Pino trova nella musica un linguaggio per esprimere ciò che non riesce a dire, e trasformare la sua profonda inquietudine in arte. “Il nostro obiettivo era raccontare il ragazzo, il ragazzone Pino, o Pinotto, che diventa Pino Daniele. Non volevamo parlare del mito già consacrato, ma di ciò che c’è dietro, di quello che viene prima della sua glorificazione”, sottolinea Prosatore.
Nelle sale italiane dal 15 ottobre 2026 con 01 Distribution Je so’ pazzo, è una produzione Tartare Film e Camfilm con Rai Cinema.
Protagonista il giovane Massimiliano Caiazzo, che con un intenso lavoro di trasformazione fisica ha affrontato la sfida di interpretare Pino Daniele. Il divo di Mare fuori ha studiato per mesi chitarra e canto e affrontato anche un percorso dietetico per raggiungere la fisicità necessaria a interpretare l’artista. “Un lavoro in cui mi sono tuffato a testa bassa, lavorando sodo. Naturalmente ho avvertito la responsabilità. La paura di non essere all’altezza è stata una presenza costante, quasi quotidiana. Poi mi sono accorto che anche quella paura poteva diventare una chiave per entrare nella storia e provare a toccare l’umanità di Pino Daniele”.
Je so pazzo è stato girato per sette settimane tra Napoli, Torre del Greco e Torre Annunziata (la nostra scheda SUL SET). Il film parte da un luogo poco conosciuto della Napoli del dopoguerra, il porto dove lavora il padre di Pino, allora occupato dalla Marina americana e dai soldati che oltre a portare Coca Cola, dollari e sigarette, fanno arrivare in città pure il blues e le prime sonorità rock and roll. Pino cresce qui, tra le strade di una Napoli povera e spietata, confrontandosi con quei nuovi linguaggi musicali che assorbe e fa suoi, e che poi unisce alla tradizione napoletana, contaminando mondi profondamente diversi per dare vita a un linguaggio nuovo e universale che fonde blues, jazz e tradizione partenopea.
Attraverso la sua capacità di adattarsi e di assorbire mondi diversi Pino Daniele, ragazzo dei vicoli di Napoli, arriverà a suonare con alcuni dei più grandi bluesman della storia e ad arrivare ai vertici della scena mondiale. Ma se il tema dell’integrazione e della contaminazione musicale e culturale attraversa tutto il film, lo fanno pure il razzismo e i pregiudizi nei confronti dei meridionali degli Anni ‘70, periodo del potere musicale napoletano, con James Senese e il clamore di Napoli Centrale, ma anche gli anni di “Napoli colera” sui muri e negli stadi, e dell’ostilità che Pino e i meridionali in generale, incontravano nelle città del Nord o anche solo fuori regione.
Il film non è solo il racconto di un musicista straordinario, ma anche una storia che parla di radici e di identità, di un uomo in lotta con se stesso, che cerca riconciliazione con le proprie origini e con l’amore di una città che non ha mai smesso di aspettarlo.
“Mi piace pensare che il film condivida il sentimento e lo sguardo che Pino aveva sulla città in quel periodo, quando forse era ancora semplicemente Pino e non aveva ancora scoperto pienamente la propria voce - sottolinea Nicola Prosatore - Io sono di Napoli e provengo dallo stesso quartiere di Pino, anche se appartengo a un paio di generazioni successive. Per preparare il film ho cercato di evocare quegli odori, quel tessuto sociale e umano e quei personaggi che conosco molto bene. È stata la parte più stimolante, ma anche la più semplice, perché in fondo abbiamo condiviso le stesse pietre.
Ed è anche una storia di Napoli, una madre che ti abbraccia e ti soffoca allo stesso tempo, continua il regista. "Lo so perché quella lotta tra restare e andare via che Pino ha sentito tutta la vita, è qualcosa che mi appartiene. La verità che cerco di raccontare è che Pino Daniele non è solo un cantante, è il prodotto di una contaminazione culturale che ha attraversato generazioni. E non parlo solo di lui. Napoli è sempre stata così: una città che si apre al mondo, che accoglie l'esotico e lo trasforma in qualcosa di proprio”.
Più volte il film si sofferma sulla relazione tra Pino Danile e il cibo. Dal suo rapporto dichiaratamente conflittuale con la forma fisica alle diverse scene in cui viene inquadrato mentre mangia qualcosa. La parte legata al cibo è culturale, legato alla napoletanità del personaggio, ma anche biografica:
“Nel periodo che raccontiamo, secondo le biografie, Pino prendeva e perdeva parecchio peso”, racconta il regista. “Durante la scrittura, abbiamo capito che questo poteva diventare un elemento interessante da esplorare, perché rappresentava un riflesso della sua anima. Il cibo è nutrimento, crescita, materia che diventa parte del nostro corpo. Abbiamo quindi deciso di utilizzarlo anche come forma di nutrimento artistico: da una parte come fonte di luce, dall’altra come possibile nutrimento dell’oscurità”.
Nei panni del padre, un ottimo Giovanni Ludeno: “Di Pino circolava il ricordo che fosse stato cresciuto da alcune zie, ma le sue origini familiari rimanevano in qualche modo nell’ombra. Addentrarmi nel racconto di qualcosa che forse pochissimi avevano visto è stato per me un momento di indagine e di studio. Mi sono concentrato sul conflitto con la famiglia e con le grandi istituzioni, conflitti che riguardano tutti gli esseri umani, al di là delle star”.
Prima della star ci sono le ferite, gli abbandoni e le lacerazioni con la famiglia, la prima istituzione, e con la città. C’è una scena emblematica, quella in cui Pino spia attraverso un buco della serratura. “Anche questa è la cifra del film: guardarlo da quel punto di vista, cercando di osservare qualcosa che forse non era ancora stato mostrato. La star è per tutti, è quasi un Dio, ma allo stesso tempo è anche invisibile. Dobbiamo in qualche modo scrostarla, togliere gli strati che la circondano e provare a guardare dall’altro lato.”
Je so’ pazzo è realizzato con il contributo del Ministero della Cultura – Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo e di Regione Campania – Piano per la cultura e il turismo 2024/2025 DGRC 616 del 14/11/2024 e DGRC 217 del 17/04/2025 Racconti di Campania.