La casa dalle finestre che ridono è il personalissimo racconto di Pupi Avati tra atmosfere reali ma allo stesso tempo sospese nell’incubo. In questa favola rurale nera e spietata, dove convivono tensione e mistero, sono gli elementi più naturali e semplici a pulsare di terrore e raccapriccio. In un isolato paese della bassa padana, i paesaggi, i dettagli e le personalità deviate della provincia senza speranza tessono la tela senza scampo in cui Stefano (Lino Capolicchio), un giovane restauratore alle prese con il restauro di un macabro affresco, si ritrova intrappolato e in cui angoscia e orrore finiscono col corrispondere con il semplice quotidiano.
Il delta del Po diventa i confini del mondo, ed è in pieno sole, davanti a cieli smisurati e a un orizzonte piatto, che brilla l’oppressione di un mondo popolato di personaggi malsani, rinchiusi in un passato moribondo - tra ville diroccate, reticenze e perversioni - che al contempo, per come Avati riesce a raccontarne le viscere, ci arriva genuino e ripugnante allo stesso tempo.
Da un soggetto di Pupi e Antonio Avati, il film trae spunto da una vicenda autobiografica dell'infanzia del regista, in base ai racconti spauracchio della buonanotte di una zia.
Il film viene girato nella primavera del 1976 in location reali. Nel film nulla è ricostruito, e casolari, pianura e canali non fanno solo da sfondo ma contribuiscono a creare quel respiro autentico e torbido che caratterizzerà anche la produzione successiva del regista. Avati girò il suo horror padano principalmente a Comacchio e nelle sue valli con qualche scena nel Polesine meridionale.
Il casolare isolato protagonista del film, situato nei dintorni di Malalbergo (BO), oggi non esiste più, mentre la villa delle sinistre sorelle Legnani è villa Boccaccini a Comacchio, in prossimità del Lido degli Scacchi. Si tratta di una villa settecentesca, internamente affrescata, già visibile dalla strada statale Romea, oggi in stato di abbandono.
La casa dalle finestre che ridono è il personalissimo racconto di Pupi Avati tra atmosfere reali ma allo stesso tempo sospese nell’incubo. In questa favola rurale nera e spietata, dove convivono tensione e mistero, sono gli elementi più naturali e semplici a pulsare di terrore e raccapriccio. In un isolato paese della bassa padana, i paesaggi, i dettagli e le personalità deviate della provincia senza speranza tessono la tela senza scampo in cui Stefano (Lino Capolicchio), un giovane restauratore alle prese con il restauro di un macabro affresco, si ritrova intrappolato e in cui angoscia e orrore finiscono col corrispondere con il semplice quotidiano.
Il delta del Po diventa i confini del mondo, ed è in pieno sole, davanti a cieli smisurati e a un orizzonte piatto, che brilla l’oppressione di un mondo popolato di personaggi malsani, rinchiusi in un passato moribondo - tra ville diroccate, reticenze e perversioni - che al contempo, per come Avati riesce a raccontarne le viscere, ci arriva genuino e ripugnante allo stesso tempo.
Da un soggetto di Pupi e Antonio Avati, il film trae spunto da una vicenda autobiografica dell'infanzia del regista, in base ai racconti spauracchio della buonanotte di una zia.
Il film viene girato nella primavera del 1976 in location reali. Nel film nulla è ricostruito, e casolari, pianura e canali non fanno solo da sfondo ma contribuiscono a creare quel respiro autentico e torbido che caratterizzerà anche la produzione successiva del regista. Avati girò il suo horror padano principalmente a Comacchio e nelle sue valli con qualche scena nel Polesine meridionale.
Il casolare isolato protagonista del film, situato nei dintorni di Malalbergo (BO), oggi non esiste più, mentre la villa delle sinistre sorelle Legnani è villa Boccaccini a Comacchio, in prossimità del Lido degli Scacchi. Si tratta di una villa settecentesca, internamente affrescata, già visibile dalla strada statale Romea, oggi in stato di abbandono.
Stefano, un giovane restauratore, viene incaricato di riportare alla luce un macabro affresco in un isolato paese della bassa padana: il dipinto, opera di un artista morto suicida anni prima, raffigura il martirio di San Sebastiano tra le braccia di due donne dalle sembianze mostruose. Mentre il restauro procede, Stefano si ritrova avvolto in un'atmosfera di omertà e terrore, scoprendo che dietro i colori di quel muro si nasconde un segreto sanguinario che la comunità tenta disperatamente di proteggere.