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‘La casa dalle finestre che ridono’, la favola nera della bassa padana di Avati torna in versione restaurata

18-06-2026 Vania Amitrano Tempo di lettura: 4 minuti

La casa dalle finestre che ridono, una favola rurale, nera e spietata, diretta da Pupi Avati nel 1976, torna nella versione restaurata in 4K realizzata da SND e Cineteca di Bologna presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata. Il film, recuperato a partire dai negativi originali messi a disposizione da ACEK, sarà proposto in sala distribuito da CG Entertainment in collaborazione con Cat People, nella versione restaurata.

La casa dalle finestre che ridono

Stefano, un giovane restauratore, viene incaricato di riportare alla luce un macabro affresco in un isolato paese della bassa padana: il dipinto, opera di un artista morto suicida anni prima, raffigura il martirio di San Sebastiano tra le braccia di due donne dalle sembianze mostruose. Mentre il restauro procede, Stefano si ritrova avvolto in un'atmosfera di omertà e terrore, scoprendo che dietro i colori di quel muro si nasconde un segreto sanguinario che la comunità tenta disperatamente di proteggere.

Originariamente concepito all’inizio degli anni ‘70 col titolo La luce dell'ultimo piano, il film trae spunto da una vicenda macabra e autobiografica di Pupi Avati vissuta durante l’infanzia. Solo dopo il fallimento al box office di Bordella (1976) a causa della censura, la pellicola con il titolo de La casa dalle finestre che ridono cominciò ad essere realizzata con un budget e una troupe ridottissimi e in totale indipendenza in location reali.

Luoghi e atmosfere tra incubo e realtà

Ne La casa dalla finestre che ridono (scheda film) nulla è ricostruito: casolari, pianura e canali non sono solo lo sfondo di una storia sospesa tra realtà e incubo, tensione e mistero, ma contribuiscono a creare quel respiro autentico e torbido che riecheggerà poi nella successiva produzione di Avati anche non horror. Tra simbolismi artistici e religiosi, sono gli elementi più naturali e semplici a pulsare di terrore e raccapriccio.

I paesaggi, i dettagli e le personalità deviate della provincia senza speranza nel film di Avati tessono la tela senza scampo in cui lo Stefano interpretato da Lino Capolicchio si ritrova intrappolato e in cui angoscia e orrore diventano pura quotidianità. Il delta del Po diventa il confine del mondo, in pieno sole, sotto cieli smisurati e di fronte ad un orizzonte piatto popolato di personaggi malsani. Tra ville diroccate si muove il racconto di una depravazione collettiva e sociale, moribonda e cluastrofobica.

È una storia di matti, fino a ieri ho raccontato matti innocui, fantastici, che odoravano di buono. Qui ho raccontato invece una delle seicento storie della terra nostra, inventata lì per lì, col solo intento di spaventare. E spaventare, allora, ti parlo di quando ero bambino, era modo di educare”, dice Pupi Avati.

La vicenda è ambientata in un isolato paese della bassa padana; il film, scritto da Pupi Avati, Antonio Avati, Gianni Cavina e Maurizio Costanzo, è stato girato nel 1976 principalmente  a Comacchio e nelle sue valli con qualche scena nel Polesine meridionale. Il casolare isolato protagonista de La casa dalle finestre che ridono, situato nei dintorni di Malalbergo (BO), oggi non esiste più, mentre la villa delle sinistre sorelle Legnani è villa Boccaccini a Comacchio, in prossimità del Lido degli Scacchi, oggi in stato di abbandono.

 

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