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Falso d’autore: le opere dipinte ne 'Il falsario'

13-02-2026 Gianni Pittiglio Tempo di lettura: 6 minuti

Il falsario di Stefano Lodovichi, tratto dal romanzo del 2008 scritto a quattro mani da Nicola Biondo e Massimo Veneziani, Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo, è ambientato nella Roma della fine degli anni ’70, a cavallo del rapimento e del delitto di Aldo Moro (1978).
Piazza Navona, la Sinagoga, il laghetto dell’EUR, il cimitero acattolico, le banchine del Lungotevere sono luoghi fin troppo evidenti nella pellicola per giustificarne un’analisi approfondita, e pertanto Arte e location stavolta si soffermerà soprattutto sulla prima parola del suo binomio, cogliendo l’occasione di parlare di alcuni dei dipinti che il protagonista riproduce.
Il film, infatti, è incentrato sulla vita del falsario e mafioso italiano Antonio Chichiarelli e chiama in causa i nomi di diversi grandi artisti e di alcune loro opere. Queste vengono messe sul grande schermo affrontando solo superficialmente la questione della loro riproducibilità, resa facile e immediata per la grande capacità del protagonista, senza che venga mai messo in dubbio che vengano vendute come originali.

Il talento di Toni, interpretato da Pietro Castellitto, viene scoperto da Donata (Giulia Michelini), la gallerista che fortuitamente trova nella camera del ragazzo la copia di un autoritratto di Gian Lorenzo Bernini, rimanendone colpita e spingendo il protagonista a continuare quell’attività, che potrà rivelarsi clamorosamente redditizia.
È questo il primo celebre dipinto copiato da Toni, ma dov’è il quadro nella realtà? Difficile dirlo, poiché ne esistono vari, e nessuno di essi ha alcuna somiglianza con quello che vediamo nel film che, a questo punto in maniera del tutto inspiegabile, Donata non dubita nemmeno per un attimo essere il volto di Bernini.

Bernini, Autoritratto, Roma, Galleria Borghese; J.L. David, Bonaparte
valica il Gran San Bernardo
, Castello della Malmaison - © Web Gallery of Art 

Al di là di uno agli Uffizi e di un altro in collezione privata, i più famosi sono a Roma, a Galleria Borghese, dove la collezione accumulata a inizio ‘600 da Scipione Caffarelli Borghese, grazie anche all’aiuto e ai soprusi concessigli dallo zio, il pontefice Paolo V (1605-1621), venne arricchita nei secoli. A inizio ‘900 approdarono così nel museo due autoritratti dello scultore e architetto napoletano, su cui si è appena aperta la mostra di Palazzo Barberini (Bernini e i Barberini, 12 febbraio - 14 giugno 2026): il primo, che lo raffigura all’incirca quarantenne con baffi e pizzetto, giunse nel museo grazie alla donazione del 1911 da parte del barone Otto Messinger; il secondo, che lo ritrae a 25 anni e con un’espressione acuta e sorpresa allo stesso tempo, fu acquistato nel 1919 da Alvise De Ruggeri.

Più avanti nella vicenda narrata nel film, Donata commissiona a Toni una copia del Ritratto di Paulette Jourdain di Amedeo Modigliani. Stavolta l’opera è ben riconoscibile, perché riproduce quella che il pittore livornese dipinse nel 1919 ritraendo la donna di servizio della famiglia di Leopold Zborowski, il poeta e mercante d'arte polacco che fu promotore di Modigliani negli ultimi anni di vita, tra il 1916 e il 1920.
La tela, nel novembre del 2015, è stata battuta all’asta da Sotheby’s a New York per circa 43 milioni di dollari ed è oggi è parte della collezione Hermanos della stessa città statunitense.

Henri Rousseau, Guerra, Parigi, Musée d'Orsay - © Web Gallery of Art

Il terzo dipinto su cui Il falsario si sofferma particolarmente viene commissionato al protagonista dal mafioso Zù Pippo (Fabrizio Ferracane), sostenitore e intermediario della Banda della Magliana, grazie alla quale entra in contatto con Toni. Nella più tipica vanagloria del perfetto mafioso, l’uomo chiede una copia di Napoleone Bonaparte valica il Gran San Bernardo di Jacques-Louis David (1800-1803), archetipo del ritratto moderno di propaganda, anche se la sua prima versione venne richiesta dal re di Spagna Carlo IV con l’obiettivo di cercare un’alleanza con la Repubblica Francese.
Durante il film vediamo Toni mentre realizza la grande tela (cm 260x221), prima creando il disegno all’interno della quadrettatura di preparazione e poi il giorno della presentazione, con tanto di festa rutilante. L’opera, oggi al Museo nazionale del castello della Malmaison, a 15 km a ovest di Parigi, celebra Napoleone che, in groppa al suo più amato cavallo, Marengo (quello della celebre boutade sul suo colore…), sta passando il valico che lo condurrà insieme al suo esercito alla vittoriosa seconda campagna d'Italia.
Del dipinto, peraltro, ironia della sorte per un film che parla di copie e di falsi, ne esistono altre quattro versioni realizzate dello stesso David: due conservate nella Reggia di Versailles; uno nel Castello di Charlottenburg a Berlino; uno a Vienna, nel Museo del Palazzo del Belvedere.

Paul Gauguin, Vairumati - © Web Gallery of Art

Qua e là, infine, vediamo il personaggio interpretato da Pietro Castellitto lavorare a Guerra, una delle opere più famose di Henri Rousseau ‘il Doganiere’ (1894, Parigi, Musée d’Orsay); ad Arearea (Giocosità) e Vairumati, due dei dipinti tahitiani di Paul Gauguin (1892 e 1897, Parigi, Musée d’Orsay), ma d’altronde «Gauguin è facile», ripete a Donata. E ancora, a una delle Ninfee di Monet; ad Al Salon: il divano di Toulouse Lautrec (1893, San Paolo del Brasile, Museu de Arte); a La strada entra nella casa di Umberto Boccioni (1911), uno dei capisaldi del movimento futurista; a Dischi solari di Robert Delaunay (1914, Basilea, Kunstmuseum), con elica e Torre Eiffel, che Toni giustamente definisce pittura d’avanguardia. Solo alcuni dei tanti maestri che dichiara di saper riprodurre senza sbavature…

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