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Lidia Poet 3: ingiustizie e patriarcato tra luoghi torinesi e opere d’arte

05-05-2026 Gianni Pittiglio Tempo di lettura: 9 minuti

ARTE E LOCATION: IL CINEMA NEI DETTAGLI

La terza e ultima stagione de La legge di Lidia Poët, la serie interpretata da Matilda De Angelis, Jacopo Barberis ed Eduardo Scarpetta, incentrata sulla prima donna che nel 1919 entrò nell’ordine degli avvocati in Italia, ci permette di tornare nella città di Torino. Se lo skyline del capoluogo piemontese, spesso usato per gli stacchi narrativi, mostra i consueti siti identitari - come la Mole, la cupola della cappella della Sindone e, in lontananza, la basilica di Superga - nelle singole puntate vediamo sia luoghi che fanno da cornice alla trama sin dall’inizio della storia, come ad esempio palazzo Carignano, sia luoghi nuovi e meno noti. Complessi come la cupola di Guarino Guarino (1680) e palazzo Carignano (1679-85), peraltro, sono stati già approfonditi in questa rubrica dedicata ad arte e location, come scenari dominanti anche della recente serie Il Gattopardo.

La Mole Antonelliana nello skyline di Torino

Diverso è il discorso che riguarda la Mole Antonelliana che, a differenza della prima stagione, in cui compariva in costruzione imbracata tra i ponteggi, ora risulta completa. Gli ultimi anni del lungo lavoro di Alessandro Antonelli, iniziato nel 1863 e durato fino all’inaugurazione del 1889, corrispondono a quelli della crescita professionale di Lidia Poët, laureatasi nel 1881, ma che poi esercitò all’ombra del fratello Enrico, in attesa che le si riconoscesse il diritto di essere iscritta nell’ordine degli avvocati quasi quarant’anni dopo, grazie alla legge Sacchi, che abrogò la cosiddetta “autorizzazione maritale”.
Quello che oggi è considerato stabilmente il simbolo architettonico di Torino, infatti, sorge sul terreno che dopo il 1848, anno in cui lo Statuto Albertino decretò la libertà di culto, fu acquistato dalla comunità ebraica  per realizzare il nuovo tempio israeilitico. Antonelli progettò un edificio in stile eclettico alto 47 metri, ma i tempi si allungarono e gli inevitabili scontri con i committenti portarono a barattare il cantiere in via Montebello con quello in San Salvario dove poi sorse la nuova sinagoga. Il comune di Torino, invece, fece terminare ad Antonelli il progetto, con la cupola che arrivò ai 113 metri attuali, poi dedicato a re Vittorio Emanuele II.

Enrico Poët (Jacopo Barberis) nell'aula della Curia Maxima di Torino - © Netflix

Un altro luogo che torna nelle diciotto puntate delle tre stagioni è l’aula del tribunale della Curia Maxima, che fa da teatro a tutte le sequenze a tema. L’edificio che nel Seicento fu destinato alle carceri di Stato su progetto di Carlo Castellamonte, in seguito divenne sede delle magistrature di Stato sotto Vittorio Amedeo II di Savoia, per poi essere in parte completato tra 1838 e 1839 da Ignazio Michela seguendo i disegni di Filippo Juvarra e Benedetto Alfieri.
Mentre i vari edifici e complessi finora citati sono già visibili nella prima puntata della terza stagione, la seconda, che tratta le vicende dei pittori Luigi Cassel ed Elio Storti, personaggi di fantasia che riprendono il tema dei falsi, recentemente indagato in questa sede per il film di Stefano Ludovichi (Il falsario), ci fa entrare nell’atelier dove i Poët vanno per le indagini del caso. Qui trovano, interrotto durante la lavorazione e macchiato di sangue, un dipinto raffigurante La battaglia di San Martino, scontro del 24 giugno 1859 vinto dai franco-piemontesi guidati da Napoleone III e Vittorio Emanuele II contro gli austriaci di Francesco Giuseppe, che segnò un passo importante verso l’unità d’Italia di due anni dopo. Proprio per questo, della battaglia esistono molte versioni pittoriche, a partire da quella immortalata nella tela di Vincenzo Giacomelli al Museo del Risorgimento di Milano (1861), o quella con Napoleone alla battaglia di Solferino di Jean-Louis-Ernest Meissonier (1863; Château de Compiègne), fino ai diversi momenti dello scontro dipinti da Pierre-Paul Comba e Tomaso Soatti (Genova, Museo del Risorgimento) e ai grandi affreschi di Amos Cassioli (1886) per la sala del Risorgimento del Palazzo Pubblico di Siena e, ovviamente, quello della sala centrale della Torre di San Martino della Battaglia.

Luigi Norfini, La battaglia di San Martino, 1874, Torino, Museo del Risorgimento
© Google Arts & Culture

Per la serie, altrettanto comprensibilmente, però, è stata scelta la tela di Luigi Norfini (1874), conservata al Museo del Risorgimento di Torino (in sceneggiatura si dice che il dipinto è per il palazzo di città). L’opera venne commissionata direttamente da Vittorio Emanuele II al pittore soldato e raffigura la presa della Cascina Contracania (Desenzano sul Garda, Brescia).
Oltre alla Battaglia di San Martino, in una ripesa che passa in rassegna i dipinti presenti anche nello studio di Storti, si vedono copie di dipinti del Metropolitan Museum di New York e della National Gallery di Washington (che non chiedono diritti di riproduzione per molte sue opere): del primo compare L’amazzone di Gustave Courbet (1856) e della seconda L’uomo con turbante (in controparte!) e Il cavaliere polacco di Rembrandt (1635 e 1637) ma, soprattutto, una tela che Lidia riconosce come Canaletto, e che in effetti si tratta del Capriccio di paesaggio inglese con palazzo (1754 ca.) del maestro veneziano.

I due Rembrandt e il Canaletto della terza puntata - © Washington, NGA

La stessa puntata, che vede passeggiare Lidia e Jacopo sotto al portico del palazzo di città mostrando il monumento a Vittorio Emanuele II di Vincenzo Vela (1863-66), fornisce anche un perfetto itinerario cineturistico, quando la protagonista, per raggiungere la casa della vedova Storti, descrive il percorso che dovrà compiere, raggiungendo prima la chiesa di San Michele Arcangelo, per poi arrivare alla fontana con l’Italia incoronata di piazza Cavour (anche se la sceneggiatura la colloca in un’esistente piazza Cesare Balbo, a cui era intitolato il giardino) e alla statua di Guglielmo Pepe di piazza Maria Teresa.
Nella puntata successiva, Enrico Pöet incontra l’ex procuratore del re in una ricca sala: si tratta di una stanza del Castello di Racconigi. Le poltrone con i due interpreti vengono posizione di fronte alla nicchia con la statua dell’Ercole e l’Idra di Giovanni Battista Borra (1757) fiancheggiata da due vasi orientali.
L’istituto di detenzione minorile in cui vengono ambientate diverse sequenze della quinta puntata di quest’ultima stagione è la tenuta Colombara a Livorno Ferraris in provincia di Vercelli. Il luogo, occupato da un ostello per viandanti già sul finire del XIII secolo, divenne una cascina nel Quattrocento e nel secolo seguente fu trasformata in una tenuta per la coltivazione del riso, in una sorta di borgo con abitazioni, botteghe e una parrocchia, che sussisteva ancora nell’Ottocento quando era proprietà dei rami cadetti dei Savoia, prima di passare nel 1868 ai Magnani di Biella, e nel 1935 a Cesare Rondolino.

La sala con l'Ercole e l'idra nel Castello di Racconigi - © Netflix

Proprio recuperando questa veste abitativa di comunità auto conclusa, la tenuta viene sfruttata nella serie, come luogo in cui vivono tante famiglie povere che vi lavorano e sono invischiate in questioni di giustizia e per questo difese da Lidia Pöet che dedicò la sua carriera, ancor prima di essere ammessa nell’ordine, alle categorie più indifese, come bambini, donne, poveri ed emarginati.


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