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Föa: Genova, il G8 e la ferita mai rimarginata che interroga il presente

16-10-2026 Carmen Diotaiuti Tempo di lettura: 11 minuti

Presentato ad Alice nella città, nel Concorso Panorama Italia, il film d’esordio di Margherita Ferrari Föa – C’era una volta il futuro torna al 20 luglio 2001 attraverso una storia intima e corale. Al centro, il rapporto tra una crisi privata e una ferita collettiva, tra ciò che accade fuori e ciò che continua a risuonare dentro. “Ho un unico ricordo del 20 luglio 2001: le finestre del mio salotto, a Genova”. Un ricordo d’infanzia fatto di finestre chiuse nonostante il caldo, persiane verdi sbarrate e della percezione confusa che, fuori, stesse accadendo qualcosa di pericoloso e importante. Ferrari aveva quattro anni e non poteva sapere che cosa stesse succedendo a pochi passi da casa. Le è rimasta, però, la sensazione che quei giorni fossero avvolti da qualcosa di indicibile. Crescendo, racconta la regista, il G8 è riaffiorato soltanto a tratti, nelle conversazioni degli adulti, per poi scomparire di nuovo «come un boccone mal masticato». A volte il padre le indicava una strada vicino all’area giochi del Porto Antico, ma il discorso si interrompeva. “Qualunque cosa fosse passata sotto quelle finestre aveva il potere dei tabù. E come certi tradimenti o segreti familiari, taciuto faceva ancora più rumore”.

È da quel non detto, più che dalla volontà di ricostruire gli eventi secondo una prospettiva documentaria, che prende forma il film. Föa, parola genovese che significa “storia” o “favola”, sceglie infatti un territorio intimo e onirico, in cui la memoria del G8 si intreccia con le domande del presente. “L’approccio che abbiamo avuto nei confronti della storia, della grande Storia, cioè del processo di giustizia, è stato un approccio un pochino più emotivo, di ricerca delle tracce che questo evento ha lasciato”, spiega Ferrari. La regia procede per “una libera associazione di immagini e sensazioni”, cercando ciò che, al di là della specificità di quei giorni, può ancora parlare a chi guarda. “Non sono partita da quella ferita. Ho realizzato un collegamento tra quei giorni e delle sensazioni che rappresentano qualcosa di oggi, non soltanto del passato”, precisa la regista, descrivendo un percorso che non è stato del tutto consapevole e che, in parte, continua a ricostruire anche nel momento in cui ne parla. Non si tratta, dunque, di mettere in scena il G8 come un capitolo chiuso della storia italiana, ma di interrogare le tracce che ha lasciato, le immagini che sono rimaste e le domande che non hanno trovato risposta.

La storia

La vicenda si svolge a Genova, il 20 luglio 2001. Nicole, diciotto anni e incinta di otto mesi, è sola in casa durante le proteste contro il G8. Quando apre la porta ad alcuni manifestanti, il suo spazio privato entra in contatto con quello pubblico di Julian, Irene ed Elixi. Due mondi che inizialmente sembrano inconciliabili si ritrovano così costretti a condividere lo stesso luogo. “Ciò che abbiamo sempre immaginato è stato quello di mettere in una relazione conflittuale, all’inizio, questi due poli opposti”, racconta Ferrari. Da una parte c’è una ragazza che attraversa una crisi personale, dall’altra una generazione che scende in strada e si confronta con una crisi collettiva. La casa diventa il punto in cui queste due dimensioni, invece di restare separate, sono obbligate a incontrarsi. “Piano piano, conoscendosi, scoprono tutta una serie di connessioni l’una con l’altra, finendo poi forse quasi per farsi la stessa domanda”. La gravidanza di Nicole non è soltanto un elemento della trama: è una presenza che porta nel film il tema del futuro, insieme concreto e incerto. La ragazza aspetta un figlio mentre, fuori, una generazione sembra misurarsi con la fine delle proprie aspettative. È in questo cortocircuito che la dimensione privata e quella politica smettono di essere due storie parallele: cosa accade quando il futuro che immaginavamo svanisce?

La domanda non riguarda soltanto i giovani che nel 2001 si ritrovarono nelle strade di Genova. Riguarda anche chi è cresciuto dopo, in un mondo segnato dalle conseguenze di quella frattura. "Volevamo interpretare l’epoca con gli occhi del presente, trasformare una storia di ieri in una storia d’oggi", spiega la regista. Per questo il film non cerca una risposta definitiva, né una morale che metta ordine retrospettivamente negli eventi. "Quello che accade è tragico, proprio nel senso di tragedia del termine, perché è universale ed è inevitabile, ma lascia aperte tutte quelle domande che quell’evento aveva, secondo me, venticinque anni fa".

Una casa chiusa e una città fuori campo

Questa scelta narrativa si riflette nella costruzione dello spazio. Ferrari immaginava fin dall’inizio un film ambientato prevalentemente all’interno dell’appartamento: un ambiente domestico, raccolto, in cui la Storia arriva soprattutto attraverso le sue ripercussioni. Gli esterni, tuttavia, erano necessari. Servivano a mostrare qualcosa della vita di Nicole prima della crisi e prima che si chiudesse in casa, ma anche a dare tensione al racconto e a preparare lo spettatore all’irruzione di una realtà sempre più difficile da tenere fuori. “Una volta che uno va lì con la troupe ha a disposizione Genova, ma bisogna decidere invece cosa mostrare”, osserva la regista. La città non viene utilizzata come un semplice sfondo né come una ricostruzione panoramica delle manifestazioni. Gli esterni offrono frammenti, dettagli, segnali: una realtà attraversata dalla militarizzazione, un clima di allarme, elementi che collocano la vicenda nel suo tempo senza sottrarre il film al punto di vista intimo di Nicole. Anche gli oggetti e i dettagli d’epoca contribuiscono a ricostruire il 2001, ma il contesto storico non viene mai esibito come un inventario.

L’idea è mostrare soltanto ciò che serve a far percepire la pressione del fuori. La città esiste, ma resta in parte oltre la soglia, come qualcosa che i personaggi non possono controllare e che lo spettatore ricompone per frammenti. Quando entrano in gioco le immagini d’archivio, il rapporto con la realtà storica si fa ancora più diretto. Il passaggio, però, non è automatico: anche le immagini che conosciamo devono essere attraversate, guardate di nuovo, sottratte alla familiarità che rischia di renderle inerti. È particolarmente significativo, in questo senso, il lavoro sull’immagine di Carlo Giuliani, affrontato dalla regista insieme alla montatrice Irene Vecchia. Ferrari lo descrive come un punto d’arrivo, raggiunto dopo diverse fasi di ricerca e di confronto. Occorreva tempo per togliere i veli che si sono depositati su un’immagine diventata simbolo, per passare dalla sequenza riconoscibile del telegiornale alla percezione della persona che vi è contenuta: un ragazzo di vent’anni.

Il fuori che entra attraverso il suono

Se gli esterni stabiliscono il rapporto con la città, è soprattutto il suono a rendere tangibile la presenza di ciò che resta fuori dall’inquadratura. Il cuore dell’idea del film era, nelle parole di Ferrari, una casa chiusa con fuori suoni che entravano. Per questo il lavoro sonoro è stato pensato fin dalle fasi di scrittura e di ripresa, fino alla successiva costruzione in postproduzione, con il sound designer Nico Petri e il lavoro di mix. Non si tratta semplicemente di far sentire ciò che accade nelle strade. Il suono deve restituire la distanza, la percezione parziale, la trasformazione di una realtà esterna che raggiunge l’interno attraverso pareti e finestre. Ferrari parla di “deformazione, ovattazione di quello che sono gli echi di qualcosa che sta succedendo fuori”. Il mondo esterno non arriva mai in forma neutra: è filtrato dalla casa e dallo stato d’animo di chi vi si trova.

Anche la struttura visiva risponde a questa logica di contenimento. La regista descrive una successione di piccoli spazi racchiusi l’uno nell’altro: stanze dentro la casa, una casa dentro l’altra, fino all’immagine di una casa delle bambole. Un ambiente caldo, scuro e protetto, che richiama per certi aspetti il ventre in cui si trova il bambino che Nicole porta in grembo. La protezione, però, ha un rovescio: ciò che ripara dal mondo rischia anche di trasformarsi in una prigione. E il desiderio di uscire si misura continuamente con la paura di ciò che attende fuori. In questa tensione tra interno ed esterno, tra riparo e assedio, la casa diventa molto più di un’unità scenografica. È il luogo in cui una crisi individuale si rende sensibile alla crisi collettiva, mentre i rumori della città impediscono alla dimensione privata di chiudersi davvero su se stessa. La Storia non ha bisogno di occupare ogni inquadratura per essere presente: basta che continui a bussare, anche quando non la si vede.

Sorrentino: Föa nasce da una ferita mai rimarginata

In questo percorso ha avuto un ruolo anche Paolo Sorrentino, che sostiene il progetto attraverso Numero 10, società di produzione da lui fondata. “Föa nasce da una ferita che la storia non è mai riuscita davvero a rimarginare. Margherita Ferrari trasforma la memoria di Genova in qualcosa di intimo e onirico, dove il passato torna silenziosamente a interrogare il futuro”. Il produttore sottolinea inoltre l’importanza di sostenere nuove voci e si dice orgoglioso che il primo film prodotto da Numero 10 abbia “uno sguardo femminile così forte e personale”.

Il film è prodotto da Numero 10 e The Apartment (Fremantle), in associazione con PiperFilm e in collaborazione con Netflix; la distribuzione italiana è affidata a PiperFilm, mentre le vendite internazionali sono curate da PiperPlay. Nel cast Gaia Ravina, Gabriele Falsetta, Clara Tramontano, Iker Urgoiti, Elena Arvigo e Fulvio Pepe. La sceneggiatura è firmata da Anita Della Cioppa, Margherita Ferrari e Veronica Penserini.

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