Inevitabilmente, una serie che racconta l’avvicinamento al potere di Benito Mussolini dal 1919 al 1924, deve fare i conti con i luoghi di quel potere, a partire dal Parlamento, per l’occasione ricostruito sul set ai Lumina Studios di Labaro (Roma).
Nella scenografia curata con grande attenzione e raffinatezza da Mauro Vanzati, però, come già visto nella prima parte di questo approfondimento con il salotto di Margherita Sarfatti, ci sono delle aggiunte che rendono il tutto più affascinante ed evocativo (vedi). Anche nell’aula parlamentare, un dettaglio, pur se non filologico, dona una splendida luce all’intero ambiente, migliorandone indubbiamente l’atmosfera. Si tratta della lampada Emeralite, anche nota come “ministeriale” o “Churchill”, inconfondibile con la sua base metallica rotonda e il paralume verde, che in M vediamo su ogni scranno del Parlamento italiano. L’opera di design, inventata nel 1909 dall’ingegnere statunitense Harrison D. McFaddin ebbe così tanto successo, soprattutto per il paralume che restituiva una luce soffusa e di un rilassante colore verde, psicologicamente benefico per chi scartabellava documenti tutto il giorno, da essere prodotta in tre serie successive fino al 1939, e diventando un’icona di quegli anni.
Se però, come detto, il Parlamento è ricostruito dagli scenografi da zero, sono tante invece le location di siti istituzionali che di fatto “interpretano” altri luoghi. Il caso più clamoroso è sicuramente quello del Palazzo del Quirinale, per il quale sono riconoscibili almeno due famosi edifici. Il primo è Palazzo Reale a Napoli, capolavoro neoclassico a cui contribuirono diversi architetti, tra cui Ferdinando Sanfelice e Luigi Vanvitelli. La regia non inquadra mai l’esterno, con la facciata universalmente nota a fare da quinta a piazza del Plebiscito, ma parte dei suoi interni e in particolare lo Scalone d’onore che fa da ingresso della residenza di Vittorio Emanuele III. La grande struttura a L è quella realizzata nel 1858 da Francesco Gavaudan su progetto di Gaetano Genovese, resa necessaria dopo l’incendio del 1837, che aveva danneggiato la scala barocca che Montesquieu nel 1729 aveva definito “le plus beau escalier d'Europe”. Posta perpendicolarmente all’ingresso, fu costruita col marmo proveniente dalle cave del Regno delle Due Sicilie e ha una volta a padiglione decorata da stucchi su fondo grigio e statue in gesso nelle nicchie raffiguranti Virtù.
Il secondo edificio utilizzato per rappresentare il Quirinale è Palazzo Doria Pamphilj a Roma. L’unico lato privo di dipinti della celeberrima galleria dove sono conservate opere di Algardi, Bernini, Carracci, Correggio, Dosso Dossi, Guercino, Lotto e tanti altri, è la settecentesca Galleria degli specchi, che affaccia su via del Corso e che in volta fu affrescata con Storie di Ercole dal bolognese Aureliano Milani (1731-1734). È qui che Mussolini/Marinelli incontra più volte re Pippetto, come veniva chiamato Vittorio Emanuele III a Roma, un po’ per la sua statura, un po’ grazie alla maschera di vanesio creata dallo scrittore Giggi Zanazzo che si adattò perfettamente al sovrano sabaudo. Dell’ambiente si riconoscono, oltre agli specchi, i candelabri e le statue lungo le pareti e, sul fondo, la porta, anch'essa a specchi, che conduce nelle sale che conservano tra gli altri i tre famosi dipinti di Caravaggio della collezione (Riposo dalla Fuga in Egitto, Maddalena penitente, San Giovanni Battista). Una curiosità: nella serie, il palco del re, seduto con i piedi penzoloni per ironizzare sulla sua statura, è stato montato davanti alla piccola stanza in cui è conservato il famosissimo Ritratto di Innocenzo X Pamphilj che Diego Velazquez realizzò per il Giubileo del 1650.
Un altro dei luoghi che compaiono spesso durante le vicende narrate è, naturalmente, il Salone d’Oro di Palazzo Chigi che fu l’ufficio di Mussolini da presidente del consiglio, finché nel 1929 non si spostò nella Sala del Mappamondo, fatta costruire da Paolo II Barbo a Palazzo Venezia nella seconda metà del XV secolo. Forse già pensando a questo trasferimento, la produzione ha ambientato le scene del Salone d’Oro nella Sala dell’Udienza al piano nobile di Palazzo Ricci Sacchetti, noto anche come Salone dei Mappamondi, per la presenza di due globi, celeste e terrestre, di Vincenzo Coronelli (1650-1718). La sala, riservata alle udienze del cardinal Giovanni Ricci, è decorata da affreschi con le Storie di David realizzati tra 1553 e 1554 da Francesco Salviati, che intravediamo in diverse sequenze insieme ai globi e ai busti classici inseriti nelle nicchie a conchiglia sopra le porte d’ingresso.
La quinta puntata ci regala un salto storico-artistico di dodici secoli, che parte dall’incontro di Mussolini con don Luigi Sturzo, inginocchiato in preghiera nella navata sinistra della basilica paleocristiana di Santa Maria Assunta ad Aquileia (IV sec.), di cui si riconosce il tempietto romanico del Santo Sepolcro, struttura circolare e coperta da un tetto conico, che allude all’Anastasis di Gerusalemme.
Poco dopo, invece, il denso e pregnante dialogo tra Mussolini e il cardinale vicario per l’accordo Stato-Chiesa, si svolge all’interno di un ambiente buio sul fondo del quale vediamo proiettate le tele romane di Caravaggio con David e Golia e con la Vocazione di san Matteo, rispettivamente alla Galleria Borghese e a San Luigi dei Francesi. I due temi si attagliano a quanto sta accadendo: il primo è un soggetto di prostrazione (il pittore si autoritrae come Golia per ottenere la grazia), il secondo legato al denaro come peccato (Matteo distolto dal mestiere di gabelliere), e anche fisicamente in scena infatti Mussolini, che in quel momento incarna lo Stato che si sta sottomettendo, è in basso, mentre il cardinale che appare seduto in trono su un alto basamento, rappresenta la Chiesa che accetta di essere blandita dalle proposte dello Stato stesso.
Di Palazzo Farnese a Caprarola, già sfruttato per la discesa verso Roma per la marcia del 1922 (vedi prima parte), vengono utilizzati anche i giardini alti, con la cosiddetta Fontana del Bicchiere o dei Fiumi, opera di Giacomo Del Duca, poi completata da Girolamo Rainaldi, che origina da due giganti fluviali che gettano acqua in un grande cantaro e poi in una serie di vasche digradanti che separano due rampe di scale. Qui vediamo camminare Giacomo Matteotti nel suo ultimo giorno di vita, in una macabra passeggiata che prosegue sotto i fornici del Teatro di Marcello e sulle banchine del Tevere – progettate da Raffaele Carnevari per i Savoia nel 1871 – all’altezza dell’Isola Tiberina, proprio lì dove viene fermato dagli squadristi che poi lo uccideranno. La stessa sorte, d'altronde, un paio di puntate prima era toccata persino al fascista doc Cesare Forni, che si era ribellato all'accettazione dei trasformisti in nome della purezza del movimento e, puntualmente, era stato ucciso a bastonate in una bellissima sequenza su una scala monumentale... quella del Palazzo di Giustizia di Roma, oggi sede della Cassazione, per tutti noto come "Palazzaccio", e altro intervento della Roma sabauda, opera dell'architetto perugino Guglielmo Calderini tra 1889 e 1911.
Sono solo due dei tanti casi della messa in opera dell’essenza del fascismo, perfettamente riassunta dall’agghiacciante frase di Margherita Sarfatti nella sesta puntata, “Volere sempre di più fino a prendersi tutto con ogni mezzo… questo è il fascismo.”
A noi non resta che attendere la seconda stagione…
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